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Il grande
flusso, con forte vocazione corporativistica, di scalpellini,
scultori, stuccatori, lapicidi e architetti che operarono,
per diversi secoli, su tutto il territorio europeo,
lasciando tracce tangibili del proprio lavoro, fu
certamente caratterizzato da un profondo
senso religioso che si espresse in una
devozione semplice quanto sincera e che vide
nel culto dei propri patroni la manifestazione di
una fede genuina e strettamente legata ai propri bisogni
spirituali e materiali. I lunghi periodi trascorsi
lontano dalle proprie terre d'origine, contribuirono
alla creazione, di vere e proprie associazioni che
si prendevano cura, nei momenti di bisogno, di coloro
i quali versavano in condizioni di particolare difficoltà.
L'assistenza,
materiale e spirituale dei compagni caduti in disgrazia
rendeva più agevole la loro condizione di emigranti
sostituendo, nei momenti più penosi,
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il ruolo
della famiglia. La creazione di luoghi riservati a
loro, come le numerose cappelle all'interno delle
chiese nelle città raggiunte dalla migrazione artistica
è una riprova di questo desiderio di creare una sorta
di zona franca, un piccolo lembo della propria terra
nei luoghi raggiunti per lavorare.
Molte
di queste cappelle furono dedicate ai Santi Quattro
Coronati il cui culto, per tradizione, è da sempre
associato agli scalpellini, agli scultori, ai lavoratori
dell'edilizia che li elessero come loro patroni festeggiandoli
il giorno 8 novembre.
Tale elezione
fu la causa principale della diffusione del loro culto
in tutta Europa. Nei periodi in cui le corporazioni
d'arte e mestiere ebbero peso nella vita cittadina
fiorì una prolifica produzione iconografica sui Q.C.;
quando il ruolo di queste corporazioni diminuì scomparvero
anche queste raffigurazioni.
Ma
chi furono i Santi Quattro Coronati?
Tra i damnati
ad metalla condannati a lavorare nelle cave di
marmo molti erano i cristiani perseguitati per la
loro fede; la Chiesa cattolica ricorda, i Santi Quattro
Coronati, probabilmente martirizzati sotto Diocleziano
per essersi rifiutati di scolpire una statua di porfido
di Esculapio; le loro reliquie (?) sono conservate
a Roma, nella Chiesa detta dei SS. Quattro Coronati,
in vasche della stessa pietra che cagionò la loro
morte. L'identificazione di questo gruppo di martiri
costituisce materia d'indagine per gli studiosi da
molti anni. Risulta complesso dirimere una questione
che presenta molti aspetti enigmatici. Attraverso
l'analisi di alcune fonti disponibili si è giunti,
da qualche anno, ad una conclusione: il nome di Santi
Quattro Coronati sarebbe da
riferire a cinque martiri pannonici condannati
a morte sotto Diocleziano nel 306 d.C. a Sirmio (l’attuale
Sremska
Mitrovica).
Il loro culto, mantenendo il nome di Santi
Quattro Coronati, risale al IV secolo ed è localizzabile
o sulla via Labicana o nella basilica romana a loro
dedicata al Celio.
È quantomeno singolare accettare la prima incongruenza che
salta maggiormente all'occhio: i Quattro
Coronati furono dunque cinque martiri.
Questo però è solo uno dei problemi che sono stati affrontati
dagli studiosi nel tentativo di elaborare una plausibile
conclusione. Esistono fonti di origine romana ed extra-romana
che riportano notizie sui Q.C. senza però mai chiarirne
l’identità.
Nel Sacramentario
Leoniano, in quello Gregoriano,
nel Liber Pontificalis
di Onofrio l (625-638), di Adriano I (772-795), e Leone IV
(847-855) non viene aggiunto nulla che possa chiarire la
questione. I documenti di origine extra-romana (sec. VII circa),
riportano i nomi dei Q. C. che corrispondono quasi del
tutto a quelli riferiti da una Passio
(un documento agiografico del sec. VI), che narra di cinque
martiri pannonici, per cui si può concludere che tutti quei
documenti, in qualche modo, derivino dalla stessa Passio.
Tutti i Martirologi (le
raccolte delle vite dei martiri) successivi, aggiunsero
ulteriori confusioni che si ripercossero anche nell’attuale Martirologio
Romano, che dà ai Q. C. i nomi dei martiri di Albano
chiamandoli: Severo (invece che Secondo), Severino,
Vittorino e Carpoforo.
Le fonti di origine romana riportano la festa dei Q. C. e
ignorano i nomi dei martiri, quelle extra-romane ne riportano i
nomi (quattro o cinque) presi dalla Passio.
La Passio è
attendibile? Per molti studiosi, essa
risale al sec. IV, ed è da considerare un documento di
fondamentale importanza; per altri invece è una sorta di
racconto fantastico, senza credibilità storica, di poco valore,
infarcito di luoghi comuni e da collocare tra gli scritti
agiografici del sec. VI. Cosa racconta La
Passio? Diocleziano, recandosi in Pannonia (la parte tra
Austria e Ungheria a sud-ovest del Danubio) per far estrarre il
marmo per le sue costruzioni, incontrò tra le sue maestranze,
quattro artisti della pietra: Claudio, Castorio,
Simproniano e Nicostrato,
cristiani non dichiarati. Chiese loro di scolpire una statua del
Sole ed entusiasta della loro bravura gli affidò altri lavori
di scultura. Simplicio, un altro scultore appartenente al
cantiere pannonico, rimase colpito dalla bravura e dalla
disponibilità dei quattro e li seguì nella fede cristiana. Fu
battezzato dal vescovo Cirillo di Antiochia a Sirmio.
L’invidia e il sospetto degli altri operai, che accusarono i
cinque di praticare la magia, fecero nascere una serie di
disaccordi creando due fazioni opposte e molti si convertirono
al cristianesimo. L’imperatore, soddisfatto dei lavori
eseguiti dai cinque commissionò loro una grande statua di
Esculapio. Questo fece esplodere l’invidia repressa degli
altri compagni che approfittando del fatto che i cinque
tardavano ad eseguire la statua di Esculapio li accusarono di
essere cristiani e disobbedienti. Furono costretti a confessare
la loro fede e rifiutarono di scolpire una statua dedicata al
dio pagano. Per questo furono consegnati al tribuno Lampadio che
li fece flagellare giudicandoli empi e sacrileghi. Lampadio, morì
subito dopo aver eseguito l’ordine. Diocleziano fece
rinchiudere vivi i cinque cristiani in casse piombate e li fece
gettare nel fiume il giorno 8 novembre.
Quarantadue giorni dopo la morte dei martiri, Nicomede, un
probabile amico dei cinque, approfittando dell’assenza
dell’imperatore, recuperò i loro corpi e li nascose.
Diocleziano tornò a Roma quasi un anno dopo e volle un tempio
dedicato ad Esculapio (presso le terme di Traiano) al quale
tutti i soldati dovevano sacrificare. Quattro soldati romani,
“corniculari”(aiutanti dell'ufficiale dell'esercito
imperiale), si rifiutarono di offrire sacrifici al dio e furono
condannati alla flagellazione e morirono; i loro corpi furono
lasciati insepolti, ma S. Sebastiano coll’aiuto del papa
Milziade li raccolse e li seppellì al terzo miglio della via
Labicana, e poiché erano periti nello stesso giorno dei cinque
martiri pannonici ed i loro nomi erano ignoti, il papa stabilì
che fossero venerati sotto i nomi di quattro dei pannonici e
precisamente: Claudio, Nicostrato, Simproniano e Castorio.
Chi ha scritto la Passio?
La Passio,
il racconto agiografico,
è probabile opera di un chierico, forse di origine
pannonica, addetto alla basilica celimontana e fu
composta in occasione della
nuova festa del Celio, nella seconda metà del
sec. VI. Il chierico, conoscendo ben poco sui martiri,
lavorò molto di fantasia inserendo nel suo racconto
agiografico molte imprecisioni e discordanze storiche.
Le imprecisioni della Passio
si amalgamarono con tutte le fonti posteriori composte
lontano da Roma sino ad arrivare ai giorni nostri.
Riassumendo:
all’inizio del sec. IV a Roma, nel luogo detto in
Comitatum sulla via Labicana, erano sepolti e
venerati i quattro martiri: Clemente, Simproniano,
Claudio e Nicostrato;
il loro culto si perse per ragioni non conosciute
ma i loro nomi entrarono nella passio
S. Sebastiani (sec. V) e da questa entrarono nei
martirologi storici; la basilica del Celio, denominata
“titulus Aemilianae”,
divenne “titulus
SS. Quattuor Coronatorum” (sec. VI) probabilmente
perché vi furono collocate alcune reliquie per celebrare
una dedicazione (venne cioè consacrata al culto) proprio
l’8 novembre.
La coincidenza della festa con il dies
natalis dei quattro martiri della via Labicana
induce a pensare che le reliquie usate per quella
dedicazione appartenessero ai martiri sepolti nel
luogo chiamato “in
Comitatum”, e furono genericamente chiamati Quattro
Coronati, non esistendo altri dati sul loro conto.
Alla grande
confusione che regna nella ricerca di una “verità
storica” sui Q.C. si contrappone un culto molto vivo
e sentito durato per molti secoli e dimostrato dalla
fortuna iconografica incontrata dai martiri pannonici
, o dai soldati romani, che segna, come un filo rosso,
la storia della corporazione degli scalpellini e delle
maestranze edili che, con il loro lavoro raggiunsero,
anche dalle terre dell'attuale Canton Ticino, gran
parte delle città europee.
Tratto
dall'articolo:
I Magistri ticinesi e i loro protettori, di Michele
Sottile
Fonte: Giornale del Popolo del 04.11.1999
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