Il
Risorgimento e la successiva Unità d’Italia risultano ancor oggi periodi
storici molto controversi soprattutto per ciò che attiene alla comparsa, allo
sviluppo e - nella grande maggioranza dei casi - al successivo declino di quelle
organizzazioni segrete che condizionarono innegabilmente la vita
politico-sociale del nostro Paese in quegli anni. Per una più facile
comprensione delle vicende storiche che ebbero come teatro il territorio
italiano è indispensabile conoscere lo stato geo-politico dello stivale negli
anni intorno al Congresso di Vienna (1814-1815).
I
cinque grandi stati, Austria, Gran Bretagna, Russia, Prussia, Francia che
avevano avuto il sopravvento su Napoleone Bonaparte, nel Giugno 1815 suddivisero
il territorio italiano, definito dallo sprezzante Principe Metternich “una
semplice espressione geografica”, in dieci Stati tutti riconducibili alle
monarchie dell’epoca tranne che per lo Stato Pontificio e la Repubblica di San
Marino.
La
famiglia regnante d’Austria con il Regno Lombardo Veneto, il Ducato di Parma,
Piacenza e Guastalla, il Ducato di Modena, Ducato di Massa e Carrara, il Gran
Ducato di Toscana faceva la parte del leone. Seguivano i Savoia con il Regno di
Sardegna ed infine i Borboni con il Ducato di Lucca ed il Regno delle due
Sicilie.
Tutti
questi governi, tronfi della vittoria, più che sull’odiato Corso, sulle sue
idee che erano pericolosamente aperte verso i ceti medio-bassi, mantennero una
linea politica comune: considerare il popolo esclusivamente come suddito, senza
alcun diritto associativo o libertà di espressione. Conseguenza logica di ciò
fu quella che tutte le associazioni non direttamente controllate dai governi
locali furono bandite o nel migliore dei casi mal tollerate.
In
questo clima fiorirono in tutti gli Stati, con alterne fortune, una miriade di
Società Segrete con l’effetto che alcune (proprio a causa del loro numero
troppo elevato) furono in diretta concorrenza, se non in aperta ostilità, tra
loro. Basta ricordare che nella sola Puglia intorno ai primi anni del 1800 si
potevano contare non meno di 31 sètte minori. Le origini di gran parte di
queste Società sono da ricercare localmente, scaturendo in maniera quasi
naturale dal comune intento di raggiungere un completo affrancamento dalla
dispotica nobiltà. Va tuttavia precisato che in alcuni casi queste associazioni
furono fondate proprio dalla nobiltà locale, con il preciso scopo di creare una
valida opposizione alle più attive sfruttando gli stessi metodi.
Fra
quelle che ebbero una più estesa espansione territoriale ricordiamo solo alcune
fra le più rappresentative: i Filadelfi, i Sublimi Maestri Perfetti, i Patrioti
Europei, i Concistoriali, i Sanfedisti, i Decisi, i Calderai, la Società dei
Raggi e l’Astronomia Platonica.
Un
cenno particolare meritano proprio queste ultime due: la prima, la Società dei
Raggi, aveva come centro nevralgico Bologna e si estendeva “come raggi” su tutta l’Emilia Romagna. Era organizzata con un
comitato direttore formato da cinque “patrioti”
ognuno dei quali era a capo di quattro “iscritti
alla cospirazione”. Questi ultimi presiedevano il “comitato dei diciassette” che, infine, esercitava il controllo
sugli affiliati. Il fine ultimo era quello di fondare due repubbliche
confederate (una del Nord e l’altra del Sud) comprendenti tutto il territorio
italiano.
L’Astronomia
Platonica era diffusa in tutto il nord Italia e risultava composta da due “Emisferi”
quello di Bologna e quello di Milano. Ogni emisfero era retto da una “Prima
Stella”, mentre le sedi periferiche erano definite, in senso decrescente
per comando, “Segmenti”, “Raggi”,
“Linee”. I membri erano chiamati “Pianeti” e quando erano in missione al di fuori della loro area
territoriale di competenza “Comete”.
La
Società “Astronomia Platonica” fu
invitata, nella qualità di movimento indipendentista di peso, a partecipare a
“I Comizi di Lione” nel dicembre
1801. Ma già in quella sede si evidenziarono profondi contrasti interni tra le
due “prime stelle” sulla gestione
politica una volta raggiunta l’unità territoriale.
Entrambe
queste sètte non ebbero vita lunga, la Società dei Raggi si spaccò in due
tronconi, una parte si fuse con la Società degli Insorgenti, attiva in Austria,
la restante confluì nelle fila dei Rivoluzionari Francesi. L’Astronomia
Platonica si sciolse anch’essa in seguito alla devastante competizione che si
scatenò tra i suoi vertici, principalmente per interessi economici, i quali
volevano prevalere l’uno sull’altro.
Accanto
a queste realtà, che potremmo definire “regionali”,
un discorso a parte va fatto per ciò che attiene alle uniche due organizzazioni
rappresentate uniformemente su tutta la penisola: la Massoneria e la Carboneria.
Sulle
origini della Massoneria moderna si è detto e scritto di tutto, ma se si fa
riferimento esclusivamente a quello che è storicamente dimostrabile, l’atto
di nascita porta la data del 24 giugno 1717 con la fusione di quattro Logge
operanti a Londra, esse erano: Birreria “L’Oca
e la Graticola” (The Goose and
Gridiron in St. Paul's Churchyard), Birreria “La
Corona” (The Crown Ale-House near
Drury Lane), “ Taverna “Il Melo”
(The Apple-Tree Tavern) e la
Taverna “Il Boccale ed il Grappolo”
(The Rummer and Grapes Tavern in Westminster). Il lettore non si stupisca
per i nomi delle Logge. Esse, a quei tempi, riportavano soltanto la
denominazione dei locali dove si svolgevano le adunanze. Venne così fondata la
Gran Loggia di Londra che nel 1723 pubblicava ad opera di Anderson le sue
Costituzioni.
Nel
breve volgere di qualche anno i principi di questa associazione furono esportati
in tutta Europa con la fondazione di Logge dapprima in Francia (Parigi, 1721),
in Spagna (Gibilterra, 1726), in Germania (Amburgo,1733), in Svezia (Stoccolma,
1735), e così di seguito in Svizzera (Ginevra,1736) etc.
La
Free-Masonry, era noto, evitava “gelosamente
la lebbra delle dissensioni politico-religiose” (A. Luzio, 1925) e proprio
a causa di questo divieto, espressamente imposto dai Regolamenti, che ben presto
ruppe ufficialmente con la Massoneria francese, che delle dissertazioni
soprattutto politiche faceva un suo punto di forza, condizionata com’era dalla
presenza massiccia nelle sue fila di personaggi legati strettamente al regime
napoleonico.
Per
quanto attiene alla comparsa della Massoneria in Italia le opinioni sono anche
in questo caso discordanti. Una delle ipotesi più accreditate la fa risalire
ufficialmente a Firenze nel 1733 ad opera di Charles Sackville, Duca di
Middlessex. Questi fondò, in quegli anni, una Loggia definita “degli
inglesi” nella quale il 4 agosto
1732 fu iniziato Antonio Cocchi, medico ed anatomico, che alcune fonti ritengono
sia stato il primo italiano in massoneria, e che nel 1733 ne resse il maglietto.
La prova dell’esistenza di quella Loggia si ricava grazie da una medaglia
coniata proprio in onore del nobile inglese, in cui era raffigurata una piramide
sormontata da un occhio insieme ad altra simbologia classicamente massonica. Ma
già da tempo “lavori massonici”
erano organizzati a Roma nel 1724 dal fratello Martin Folkes. Questi fu
nominato, nel 1739, Gran Maestro della “provincia”
della Savoia, del Piemonte e della Sardegna. Quel territorio, a causa
dell’esiguo numero di Logge operanti, era considerato a tutti gli effetti come
una delle “province” della Gran
Loggia di Londra.
In
breve tempo furono, quindi, fondate numerose Logge nelle grandi città, ne
citiamo solo alcune: la “Amici Sinceri” a Roma (6 novembre 1787), la
“Concordia” a Milano. Si passa così, nel volgere di qualche anno, da una
situazione di Logge isolate sul territorio nazionale ad una loro organica e
massiccia presenza; da questo punto di vista è emblematico ciò che avvenne
nella città partenopea negli anni compresi tra il 1783 ed il 1813.
La
Massoneria napoletana in quegli anni, dapprima con il favore della regina Maria
Carolina e successivamente con Giuseppe Napoleone, crebbe in maniera
esponenziale fino a raggiungere il ragguardevole numero di 97 Logge. Venne così
fondato il Grande Oriente di Napoli (1813) che si affiancava al già costituito
Grande Oriente d’Italia (Milano 20 giugno 1805). Quest’ultimo, al momento
della sua fondazione, comprendeva soltanto 15 Logge sparse tra Milano (5),
Bergamo (1), Verona (1), Taranto (1). Le restanti otto erano tutte a Napoli ed
erano esclusivamente di tipo militare.
Da
quanto sopra esposto risulta evidente che in un primo momento nella nostra
penisola era presente una Massoneria esclusivamente di derivazione anglosassone;
successivamente, a partire dal regno delle Due Sicilie vennero privilegiate le
linee guida francesi, che come è noto, seguivano un rituale definito “scozzese”
(Antonio F. de Stefano “de Hominis Digitate”, 2004) a scapito delle radici
inglesi.
Ciò
nonostante, le due correnti convissero fianco a fianco, e sebbene non potessero
avere rapporti ufficiali era frequente che venissero in soccorso gli uni degli
altri. Come riporta, a tal proposito, Aldo Bonfiglio (“de Hominis Digitate”,
2003) il legame dovuto all’Appartenenza alla Fratellanza era così forte da
indurre i Fratelli di Palermo, nel
1766, a mettere in guardia i Fratelli di Messina, di diversa obbedienza, sulle
indagini in corso da parte di un Ministro Regio incaricato dal Vicerè Giovanni
Fogliani d’Aragona principe di Pellegrino, così da permettere loro di
adottare le opportune contromisure.
Ricordo
che lo stesso Re Giuseppe Napoleone venne nominato Gran Maestro del Grande
Oriente d’Italia nel novembre 1804 ed il Re Gioacchino Mürat, salito al trono
del Regno delle Due Sicilie il 30 marzo 1806, fu anch’egli designato Gran
Maestro potendo contare sull’appoggio di quasi tutte le numerose Logge
napoletane, che già nel 1783, come detto, si erano di fatto scisse dalla Gran
Loggia di Londra.
Questa
spaccatura tra le due obbedienze ritengo che fosse legata anche ad ovvi motivi
di opportunità, mentre nel centro-nord Italia era messa in crisi l’esistenza
stessa di quelle Logge, che potremmo definire non allineate con i francesi,
colpite in più dalla scomunica da parte di Clemente XII con la bolla “In
eminenti Apostolatus Specula” del 28 aprile 1738. In tutto il sud la
presenza tra gli iniziati di esponenti della nobiltà e del clero, divenuta
quasi una moda, garantiva una tranquilla esistenza, anzi ne favoriva
l’espansione.
A
riprova di ciò alcune Logge napoletane, una fra tante la “Perfetta Unione”,
attraverso scambi di diplomi, allacciarono stabili rapporti principalmente con
le Logge francesi, fra le quali ricordiamo la “Perfetta Eguaglianza” di
Liegi, la “Patriottismo” di Lione e con quelle parigine. Nel complesso ad
una contrazione della presenza massonica su tutto il territorio nazionale
durante il periodo napoleonico si contrappose, in tutto il primo trentennio del
1800, una significativa crescita numerica.
Se
prendiamo in considerazione le origini della Carboneria e la sua comparsa nel
nostro Paese gli storici dell’epoca (ma anche i moderni), anche in questo
caso, hanno teorie diverse tra loro.
Alcuni
autori, riguardo alle origini storiche, la vogliono come una pura e semplice
emanazione della Massoneria inglese adducendo come argomentazioni probanti, in
primo luogo, il rituale utilizzato nelle “vendite
carbonare” che rispecchierebbe passo passo quello massonico, ma anche i
“gradi” carbonari che sarebbero
omologhi a quelli del Rito Scozzese (sono 33 in entrambe le associazioni).
Questa
avrebbe attecchito in Sicilia ed in Svizzera. Dalla Sicilia si sarebbe diffusa
in breve in tutto il Regno delle Due Sicilie, mentre quella Svizzera si sarebbe
fusa con il movimento Tugendbund (Lega della Virtù) presente in Germania, del
quale uno dei padri fondatori fu il filosofo Fichte. Questo movimento
(Tugendbund) a sua volta avrebbe gettato le basi per l’insediamento nella
Lombardia, già nel 1809, delle prime associazioni carbonare. In ogni caso per
una più organica presenza bisognerà aspettare il 1814. Si arriva così a
considerare il Carbonarismo l’omologo dalla cosiddetta Lega Nera operante in
Francia già dal 1798 come movimento antinapoleonico.
Da
non sottovalutare la teoria di chi fa risalire la sua origine alla Franc-Maçonnerie
du Bois. In questo caso, però, l’associazione possedeva già dei
riti specifici ed un’antica simbologia legata agli elementi naturali dei
boschi (legname, albero, foresta, bastone, ascia, carbone). E’ utile ricordare
che la Massoneria del Legno era legata alla leggenda di San Teobaldo, suo
patrono. Come riferisce lo storico Giuseppe Ricciardi “credesi che fondatore sia stato un certo Teobaldo, detto poi santo,
meritevole di essere esaltato…”(cit. da A. Ottolini, 1936). Questi,
vissuto in pieno Medioevo (1017-1066), dedicò la propria vita ad alleviare le
sofferenze altrui avendo come dimora una capanna in un bosco.
D’altro
canto questa società non avendo avuto spazio vitale per svilupparsi, costretta
com’era tra la Massoneria anglosassone da un lato e i rivoluzionari francesi
dall’altro, dapprima si divise, dando vita al Compagnonnaggio
di Diritti, ed infine si dissolse, agli inizi del XIX secolo, nelle varie
sette nazionali come la Charbonnerie
in Francia e la Carboneria in Italia.
Se
per ciò che concerne le origini storiche di quest’ultima si fa riferimento
principalmente alle due correnti di pensiero suesposte, molteplici sono, invece,
le ipotesi che vengono formulate circa la comparsa sul territorio italiano di
questa associazione.
Una
prima la si può evincere da un rapporto che il 7 agosto 1813 il Prefetto Luini
trasmise al Principe Eugenio di Beauharnais, a quel tempo Gran Maestro della
Massoneria Milanese. In esso si afferma che una società “semi-massonica” detta “corporazione
de’ carbonari” era istituita a Napoli già nel 1718 “per maneggio della famiglia Pignatelli”.
A
questo punto ci si deve chiedere: è storicamente razionale che due società
segrete, definite vicine tra loro, possano avere la luce contemporaneamente in
due Regni europei così distanti?
Tenteremo
di dare una risposta plausibile più avanti.
Un
altro autore (G. Pecchio, 1830) scrive testualmente “I Carbonari vennero alla luce verso il 1807 in Sicilia ed ebbero per
padrini una Regina ed un Cardinale”. Si riferiva alla Regina Maria
Carolina ed al Cardinale Ruffo.
Ulteriori
documentazioni sono formulate da Giuseppe Pardi che nel 1926 affermava,
basandosi su un manoscritto ritrovato nell’Archivio di Stato di Firenze, che
già nel 1804 la Carboneria esisteva e si moltiplicava in Calabria.
Più
recentemente Martin Clark (2001) sostiene categoricamente che la Carboneria non
attecchì mai in Sicilia ma soltanto nel resto d’Italia (incredibile!!).
Fino
ad ora abbiamo passato in rassegna soltanto alcune delle teorie sulla nascita e
la diffusione della Carboneria in Italia, ma a ben vedere la documentazione
storica fornita da tutti questi autori, sebbene valida, si riferisce
esclusivamente a prove indirette, come rapporti di polizia o segnalazioni
personali confidenziali. Adesso però prendiamo in considerazione una
testimonianza diretta.
Alessandro
Luzio nel suo “La Massoneria e il
Risorgimento Italiano” (1925) pubblica integralmente un documento, datato
giugno 1814, redatto in francese, scritto dal Generale Giuseppe Rossetti quando
con il suo reggimento era di stanza a Gray. Egli dichiara di essere stato
affiliato nel 1802 alla “setta de’
Carbonari, che non è altro che quella de’ Buoni Cugini conosciutissima in
Francia”. Questo può essere considerato a tutti gli effetti l’atto di
nascita della Carboneria ed avvalora la tesi, di sicuro la più accreditata, che
questa associazione derivi dal “Compagnonnage”
francese.
Per
completezza è bene ricordare che esisteva anche in Germania una “Compagnia
del Compagnionaggio”, ma quest’ultima, al contrario di quella francese, era
più tollera ed aveva come scopo
principale l’istruzione ed il perfezionamento degli apprendisti.
Da
quanto sopra esposto non esistono riscontri storici che supportino la teoria
della Carboneria come filiazione della Massoneria. Del resto, per obiettività
storica, non si possono disconoscere le caratteristiche comuni tra queste due
associazioni, anche se non furono significative.
Queste
affinità sono state alla base dell’osmosi tra le fila dei massoni e dei
carbonari. Si è a conoscenza diretta che quei maestri massoni, che lo
desideravano, potevano entrare a far parte della Carboneria con il solo voto,
senza, quindi, sottoporsi al rito iniziatici - il loro numero fu, invero,
relativamente esiguo. Alcuni storici - tra i quali Ottolini (1936) - riportano
che addirittura non avrebbero potuto occupare posti di rilievo in seno
all’associazione carbonara se non avessero, in precedenza, ottenuto gli alti
gradi massonici. Quindi erano iscritti, ipso facto, nel Libro d’Oro.
In
questo caso ho la netta impressione si tratti di un’operazione pubblicitaria
dei vertici carbonari per “pescare” affiliati a scapito dell’altro
concorrente diretto.
In
senso inverso (ossia dalla Carboneria alla Massoneria) si ha contezza che alcuni
Carbonari confluirono nella Libera Moratoria sia di Rito Scozzese
(principalmente nel centro-sud Italia) sia in quella legata al Rito di Misraim e
Memphis (soprattutto del nord-est). Un esempio indiscutibile è fornito
dall’Arciprete calabrese Domenico Angherà. Questi, affiliato alla Carboneria
nel 1820, ci fa sapere - tramite una missiva ad un amico massone - che fu
“iniziato ai massonici misteri” nel maggio 1824 (cit. da Ciuffoletti e
Moravia, 2004).
Anche
in conseguenza di questo metodo di reclutamento giova ricordare che le
contrapposizioni tra le “Vendite” carbonare e le “Logge” massoniche
furono di rilievo e coinvolsero anche i gradi più alti delle due associazioni.
Infatti, la critica più feroce che i vertici carbonari facevano circolare sulla
Massoneria, era legata alla sudditanza che questa aveva sia nei confronti dei
“francesi” che di tutta la classe nobiliare in generale.
Di
contro la Massoneria, essendo stata anche presa di mira, fin dagli albori, dalle
varie “scomuniche”, non vedeva di buon occhio la Carboneria, tra le cui fila
si potevano contare molti sacerdoti.
Da
quanto su esposto si può desumere che, almeno per le origini, la Massoneria e
la Carboneria seguirono due percorsi storici certamente indipendenti. La
Massoneria fu legata esclusivamente alla realtà socio-culturale anglosassone;
la Carboneria, invece, fu divulgata in Italia dagli aderenti alla Charbonnerie,
che erano quasi tutti militari francesi. Questa associazione, a sua volta, fu
una derivazione del Compagnonnage che si costituì dopo lo scisma interno del
1808.
Adesso
esamineremo altri importanti aspetti storici legati alle due organizzazioni che
possono essere riassunti con i tre seguenti quesiti:
1)
Quale fu il loro apporto agli eventi storici che portarono al
Risorgimento Italiano?
2)
Negli anni immediatamente precedenti l’Unità d’Italia la loro
presenza sul territorio condizionò le scelte degli insorti?
3)
Ottenuta l’unificazione del paese, ebbero, in qualche modo, parte
attiva nella politica unitaria?
Scrivere
di Risorgimento Italiano, ancora oggi, per certi aspetti, potrebbe equivalere a
fare una passeggiata, bendati, in un campo minato. Scorrendo la letteratura
recente si ha una buona probabilità di incappare in autori che potrei definire
“estremisti”. Esempio emblematico è la scrittrice Angela Pellicciari che
nel suo “Risorgimento da riscrivere”
(Milano, 1998) afferma che nel marzo 1861 Vittorio Emanuele II veniva proclamato
Re di quell’Italia in cui la volontà dell’1% (i Massoni) aveva prevalso sul
restante 99% della popolazione cattolica. Ed ancora “E’
un perfetto esempio di Stato totalitario in cui spadroneggiavano le Società
Segrete legate ai potentati internazionali anticattolici”. Era il trionfo
del Paganesimo. E come se non bastasse: il fine della Carboneria “era
l’annichilimento completo del cristianesimo e perfino dell’idea cristiana.
L’Alta Vendita si prefigge una rigenerazione universale, inconciliabile con la
sopravvivenza del cristianesimo.”
La
scrittrice dovrebbe ricordare, innanzitutto, che sia il rituale carbonaro
(addirittura definito con il termine di “catechismo”)
sia tutto il contesto simbolico, ruotavano intorno alla passione ed alla morte
di Cristo e che, dato ancor più significativo, si potevano annoverare – come
già detto - tra le fila degli adepti, un gran numero di ecclesiastici. Questi
ultimi, di sicuro, non avrebbero acconsentito passivamente ad una disfatta o
addirittura “all’annichilimento” della Chiesa Cattolica!
Per
nostra fortuna esiste una messe di documentazioni storiche, assolutamente
obiettive, a cui attenersi per poter fornire un giudizio sereno sugli anni a
cavallo del 1860…. e sono proprio queste che prenderò in considerazione.
Tutte
le fonti bibliografiche e documentali in mio possesso, a partire dal Ravvitti
con il suo “Delle Recenti Avventure
d’Italia” (Venezia, 1864), sono concordi nel considerare le vicende
storiche nella penisola intorno al 1810 fortemente condizionate dalla crescita
in tutto il sud Italia della Carboneria, che come si afferma “erasi distesa in ogni luogo, in ogni
ceto, nei disegni degli audaci, nelle credenze del volgo, ed era suo voto una
costituzione come la inglese”. Questa
influì pesantemente sulle decisioni politiche adottate dallo stesso Re
Gioacchino Mürat.
Questi in un primo momento diede aperto consenso alla presenza, nel suo regno,
delle Logge massoniche - giova ricordare che era Gran Maestro del Rito francese
- e fornì un appoggio, se non formale, di fatto alla Carboneria napoletana.
Pensiamo, per esempio, che in un rapporto segreto di polizia si affermava che:
”Mürat spiegò con favore per questa
società; ne promosse l’incremento. Ogni funzionario pubblico che voleva
essere accetto al suo Sovrano si aggregò alla Società Carbonara, ed in breve
tempo si estese …..”.
Tutto
questo però non poteva sfuggire alle case regnanti in Francia e in Austria.
Difatti, il Principe Eugenio di Beauharnais, Vicerè d’Italia, cambiando
radicalmente la sua linea di condotta tenuta fino a quel momento, per timore di
una crescita incontrollata della Massoneria anglosassone con le sue idee
liberali, si adoperò di mettere fuorilegge, indistintamente, le Società
Segrete ed in primis tutte le Logge
massoniche. Ma soprattutto va ricordato che Antonio Capece
Minutolo, Principe di Canosa, che in soli cinque mesi fondò e
diresse la setta dei Calderari (20
gennaio – 24 giugno 1816), o Calderari
del Contrappeso, con lo scopo specifico di fare appunto da contrappeso
all’attività della Carboneria. L’effetto di queste prese di posizione,
nient’affatto incruento, fu quello di far tornare nella clandestinità massoni
e carbonari.
Gli
avvenimenti storici che si svilupparono in quegli anni, ad esempio i primi Moti
Carbonari del 1820, li ritroviamo su tutti i libri di storia, e ne conosciamo
bene il corso: in questa sede, invece, cercheremo di puntualizzare quali furono
le linee di pensiero di tali movimenti.
Come
già riportato sia la Massoneria che la Carboneria nel 1816 subirono pesanti
ripercussioni per ciò che attiene alle loro attività sociali. In particolare i
Carbonari vennero numericamente decimati, ma le due associazioni, anche se per
vie diverse, continuarono ad operare.
La
Massoneria, molto più organizzata, sviluppò e consolidò quegli ideali di
libertà e di democrazia, che in quel momento attraversavano il nostro paese.
La
Carboneria, i cui affiliati erano stati raccolti in tutte le classi sociali
risentiva, nella sua attività, di una più forte spinta politica che potremmo
definire costituzionalistica ed indipendentistica.
La
riprova di ciò sta nel fatto di essere riuscita ad ottenere dapprima in
Sicilia, nel 1812, e successivamente in tutto il Regno una Costituzione, seppur
rudimentale, molto vicina a quella inglese con la presenza di due Camere: il
tutto, praticamente, senza sparare un colpo. Purtroppo le note vicende storiche
ci dicono che queste riforme in senso liberale ebbero vita breve. L’epilogo si
ebbe il 12 settembre 1822 quando a Napoli furono impiccati i due ufficiali
carbonari Morelli e Silvati che si erano posti al comando degli insorti, insieme
al Minichini. Questa fu la perdita (momentanea) delle speranze di indipendenza e
di rinnovamento che vennero stroncate da Ferdinando IV con l’aiuto delle
truppe austriache, l’indomani della caduta di Napoleone. Lo stesso Re
Ferdinando IV, riunificato tutto il territorio del sud Italia con la fondazione
del Regno delle due Sicilie, si rivelò convinto oppositore della Massoneria,
questo atteggiamento aveva preso corpo già in precedenza con un editto datato
12 settembre 1775 in cui questa veniva messa al bando, in quanto
l’appartenenza configurava il reato di “lesa
maestà”.
Risulta
evidente che, volendo dare una risposta al primo quesito (quale apporto diedero Massoneria e Carboneria agli eventi storici che
portarono al Risorgimento Italiano), potremmo dire che il contributo dato
dalle due organizzazioni, fu, almeno per le sue fasi iniziali, certamente
fondamentale, differenziato ed equalitario. La Massoneria, mantenendosi sempre
nei suoi limiti tradizionali, conservò il carattere prevalentemente
speculativo. Tutto ciò fu favorito anche dalla presenza tra le fila degli
iniziati - in grande percentuale - di appartenenti ai ceti medio-alti, che, i
quali fornirono il supporto ideologico. Invece l’attività della Carboneria fu
orientata verso un’applicazione pratica di quei principi di uguaglianza e di
indipendenza che potevano far presa più facilmente sulla popolazione.
Per
dirla con Oreste Dito nel suo “Massoneria,
Carboneria ed altre Società Segrete nella Storia del Risorgimento Italiano”
(Torino-Roma, 1905) “La Massoneria è la
mente che non si stancò mai e che dirige sempre, la Carboneria fu il braccio
che ne plasmò il concetto: e mentre la Massoneria è universale ed eterna, la
Carboneria fu particolare e temporanea.”. Riporto testualmente quello che
lo stesso Maroncelli scrisse (citato da Dito): “Carboneria del pari che la Massoneria, è società morale, che tende al
miglioramento dell’umana specie: per tutto è protettrice dell’equo; ma che
poi in un determinato paese, e in uno speciale periodo si faccia sostenitrice
d’una trattativa politica più che d’un’altra, sarà sempre cosa al tutto
accessoria ed unicamente limitata alle circostanze di loco e di tempo.”.
Si potrebbe aggiungere che tutto ciò fu realizzato nel rispetto delle
importanti e incontestabili diversità tra le due realtà.
Passiamo
adesso a considerare se, negli anni immediatamente precedenti l’Unità
d’Italia, la presenza contemporanea sul territorio delle due organizzazioni
abbia condizionato le scelte degli insorti (secondo
quesito).
Dopo
il fallimento dei Moti del 1820-21 la Carboneria imboccò la china del
definitivo dissolvimento. Ciò era dovuto non solo alle disfatte sul campo, ma
soprattutto ad una inesistente organizzazione integrata che fosse estesa a tutta
la penisola. Tutto ciò mise in crisi gli stessi membri che spesso non
conoscevano persino l’identità dei vertici e di conseguenza ignoravano i
programmi che avrebbero consentito loro di agire in maniera coordinata.
A
peggiorare le cose, per questa associazione, appare sulla scena un personaggio,
tale Giuseppe Mazzini, che fece opera di proselitismo quasi esclusivamente tra
gli iscritti alla Carboneria. Carbonaro egli stesso, fu affiliato - per sua
ammissione - nel 1828, ma ben
presto prese le distanze da quel “vasto
e potente corpo, ma senza capo; associazione alla quale non erano mancate
generose intenzioni, ma idee, e priva non del sentimento nazionale, ma di
scienza e logica per ridurlo in atto.” (da G. Mazzini “Scritti editi ed inediti” – op. cit.). Di contro non si hanno
riscontri storici su una sua appartenenza a qualsivoglia obbedienza massonica.
Per
avere una visione ampia del panorama ideologico di quegli anni non si può
tralasciare di ricordare che il disegno politico di Mazzini per alcuni aspetti
era comune a quello che si stava sviluppando in Francia ad opera di Filippo
Buonarroti, fondatore dei Filadelfi. Quest’ultimo progettava una rivoluzione
repubblicana che prendesse le distanze sia dai sovrani che dalla Chiesa.
Dall’evoluzione
del pensiero mazziniano, come è noto, ebbe origine la “Giovine Italia”.
Questo movimento fu alla base di tutti gli avvenimenti storici che si svolsero
nel nostro paese fino al 1848, anno delle “Cinque
giornate di Milano” e della Prima Guerra d’Indipendenza.
Ma
in quegli anni di grande fermento sociale, tra scontri armati e ideologici, la
Massoneria dove si collocava?
In
seguito alla dura repressione del 1821 le monarchie presenti nel nostro paese
ripresero nuovo vigore, attuando una nuova intransigente restaurazione. Va
precisato, però, che questo rigurgito di sovranità nobiliare non ebbe lo
stesso effetto su tutta la penisola. Nel sud Italia, i Borboni esercitarono un
più severo controllo del territorio e di conseguenza la Massoneria, che si era
apertamente sbilanciata a favore dei moti indipendentistici, conobbe un periodo
di stagnazione, rifugiandosi nella semioscurità. Nel Nord, dove l’Obbedienza
non si era mai completamente manifestata, le ripercussioni sull’esistenza
stessa delle Logge furono altrettanto pesanti ma non letali; quindi, proprio in
virtù della maggiore discrezione, sopravvisse uno “zoccolo duro“ molto attivo.
Forse
sono queste le motivazioni storiche per cui i tradizionali principi
dell’Ordine non solo sopravvissero, ma anzi si rinsaldarono e proprio in
questi anni saranno integrati da quel sentimento nazionalistico che condusse
tutto il paese alla sua, ormai vicina, unificazione.
E’
storicamente dimostrato che gli anni immediatamente precedenti l’Unità
d’Italia furono influenzati dal pensiero mazziniano, che come abbiamo detto è
un’evoluzione del carbonarismo, ma è altrettanto certo, per via di una
accurato carteggio, che i vertici politici dell’epoca, soprattutto del nord
Italia, dovettero “fare i conti” con la risorgente Massoneria italiana.
Basta
ricordare che lo stesso Cavour, vicino ai fondatori della Loggia “Ausonia”
creata a Torino l’8 ottobre 1859 (il nome utilizzato non era casuale, deriva
dal latino arcaico ed è usato per indicare l’Italia centrale e meridionale),
da astuto uomo politico quale egli era, cercò di favorire “la
massoneria nazionale, per mantenerla ligia al governo disciplinatore della
rivoluzione e sottrarla alle possibili suggestioni pro domo del Mürat.”.
E’ necessario ricordare, per obiettività storica, che sull’effettiva
Appartenenza del Cavour alla Massoneria non esistono riscontri documentali,
poichè tutto ciò era attuato nella giusta discrezione. La prova di ciò sta
nel fatto che lo stesso Giuseppe La Farina, fondatore della “Società
Nazionale” pur essendo molto legato a Cavour, così da essere incaricato di
facilitare l’annessione della Sicilia al Piemonte, non aveva certezze
sull’esistenza di Logge torinesi. Egli scriveva ad un amico il 18 febbraio
1860 “per quanto alla Massoneria sono pienamente d’accordo con te, che è
cosa da non trascurare. So che qui vi è Loggia, ma ignoro chi la componga; se
pensassero rivolgersi a me, accetterei volentieri.” (A. Luzio, 1925).
Ciò
nonostante alcuni autori - fra cui lo stesso Conti (2003) - dando per scontato che il Cavour fosse stato effettivamente
“iniziato” nella stessa Loggia Ausonia, affermano che questi avrebbe
rischiato di essere nominato addirittura Gran Maestro nel 1861, ma che la morte
lo colse, in maniera inaspettata, pochi giorni prima della sua elezione,
mandando a monte così i piani dei vertici della Massoneria dell’epoca.
Si
può quindi affermare con certezza che mentre la Massoneria italiana, sia pur
tra alterne vicende, fu sempre presente nel panorama socio-politico nazionale,
anzi proprio a ridosso dell’agognata unificazione conobbe momenti di
splendore. Invece la Carboneria negli anni intorno al 1860 si era disgregata già
da tempo, avendo avuto però l’indiscutibile merito di far prendere coscienza
al popolo di un possibile affrancamento dai regnanti stranieri per la
riunificazione nazionale.
Possiamo
verificare quanto sopra affermato se si prende in considerazione una figura di
spicco dell’epoca. Questo personaggio entra sulla scena massonica nel 1844,
con la sua iniziazione nella Loggia Asil de la Vertud di Montevideo: lo
ritroviamo diciotto anni dopo, precisamente il 29 agosto 1862, eletto con 45
voti a favore su 50, Gran Maestro del Supremo
Consiglio del Rito Scozzese a Palermo. Si trovava lì a capo di un
corpo di spedizione, denominato “dei Mille”, che cambiò il volto e la
storia del nostro paese. Il suo nome era Giuseppe Garibaldi.
Egli,
da convinto nazionalista, ritenendo che le autonomie geo-politiche fossero già
in regresso, tentò di praticare una politica massonica di unificazione a
partire dalla scelta del luogo dove far risiedere la sede centrale del Grande
Oriente. Il 30 ottobre 1867 pubblicò, a tal proposito, un decreto in cui
indicava come scelta auspicabile Roma come capitale del “prossimo” Regno
d’Italia unificato. L’opposizione interna al suo programma, da parte di una
frangia di massoni estremisti, fu veemente tanto che, ad un documento di critica
del 18 giugno 1868, egli rispose con due laconiche righe di “rinuncia a qualunque titolo o grado” conferitogli dal Supremo
Consiglio di Palermo. Questo non gli impedì di perseverare nel suo tentativo:
liberare Roma e farla capitale dell’Italia unificata; anche se, come sappiamo,
fu osteggiato politicamente da Cavour, che non credeva nella riuscita della
spedizione garibaldina. L’intento di quest’ultimo era quello di potersi
liberare dagli Austriaci con l’appoggio dei Francesi.
L’elezione
del Generale Garibaldi, per la Massoneria del sud Italia, fu anche un tentativo,
purtroppo fallito, di appianare tutti i contrasti che via via prendevano corpo,
anche per gli argomenti più disparati, tra le varie “correnti” interne a
quella Obbedienza. Per esempio basta ricordare che, proprio nel 1862 dopo
estenuanti discussioni, furono cambiati i colori delle insegne da blu a verde.
Quale
ruolo recitarono la Massoneria e la Carboneria nella ideazione di una vera e
propria politica unitaria? (terzo
quesito)
Negli
anni che vanno dal 1850 alla fine degli anni 60 vediamo una decisa inversione di
tendenza per ciò che riguarda il metodo di lotta finalizzato alla indipendenza
del territorio italiano. Se fino ad allora si privilegiava “la cospirazione”
come mezzo per il raggiungimento degli obiettivi politici, adesso è l’intera
popolazione che viene coinvolta nei processi rivoluzionari.
Questo
nuovo atteggiamento delle masse popolari segnò l’uscita di scena di tutte
quelle sette che, non possedendo il dovuto retroterra etico-morale, si erano
orientate esclusivamente verso la lotta armata.
A
tal proposito è chiaro il giudizio espresso da Oreste Dito: “Inoltre lo spirito rivoluzionario aveva fatto pullulare una quantità
strabocchevole di associazioni clandestine, ma che con la politica non avevano
spesso nulla a che fare. Ignoravano nella loro grande maggioranza, non diremo
l’ordinamento, ma financo l’esistenza delle due società principali del
tempo, la Massoneria e la Carboneria;”. A questa considerazione
aggiungeremmo che esclusivamente in queste due “società” ritroviamo basi
etico-filosofiche, anche se storicamente quelle massoniche sono le più solide e
già da tempo radicate.
Al
contrario le organizzazioni che seppero trovare la giusta misura tra i programmi
ideologici e la loro attuazione pratica furono premiate da un cospicuo consenso
popolare. Infatti, sebbene persistano ancor oggi notevoli differenze di
valutazione, il numero orientativo degli affiliati alla Carboneria, tra il 1819
ed il 1820, si aggirava tra i 300.000 ed i 650.000. In ogni caso era un numero
notevole considerando il fatto che esistevano contemporaneamente molte altre
organizzazioni.
Appare
evidente, come affermato in precedenza, che la sfera d’influenza della
Carboneria non si spinse oltre il 1830 essendo stata decimata dalle dure
rappresaglie borboniche ed austriache. Per questo motivo la vita politica del
nostro paese non risentì della presenza sul territorio di questa associazione.
Un’altra ragione, probabilmente la più profonda, è da ricercare nella sua
carente ideologia; questa subì un’evoluzione in senso, principalmente,
militaristico.
Bisogna
ricordare che molti carbonari italiani, costretti all’esilio, erano confluiti
nelle fila dei Giacobini, per poi a
loro volta esportare dalla Francia, scossa dalla Rivoluzione Francese, quelle
idee rivoluzionarie che sono alla base dell’ideologia della “sinistra
radicale” moderna. Quindi, anche se indirettamente, la Carboneria indusse la
formazione della frazione comunista nel panorama politico unitario.
In
quel periodo storico due furono i campi di battaglia su cui si scontrarono le
idee politiche degli italiani: l’indipendenza e la repubblica.
Per
quanto attiene all’indipendenza tutti erano concordi nell’ottenerla; le
diversità, caso mai, erano sui metodi per raggiungerla: alcuni volevano
appoggiarsi alla Francia (sostenitore di questa tesi, come detto, fu Cavour);
altri, tra i quali Garibaldi e Mazzini, erano convinti che bastasse il solo
sommovimento popolare.
Sulla
forma di governo dell’Italia unificata tutte le ipotesi ruotavano intorno alla
repubblica, sia pur con le accertate differenze legate al settore geo-politico.
Il modello principalmente supportato era quello inglese: una monarchia
repubblicana bicamerale. Ma anche in questo caso i dissenzienti erano numerosi e
quindi c’era chi non accettava la presenza di una casa regnante e chiedeva si
instaurasse un governo di tipo esclusivamente popolare.
La
Massoneria dopo aver attraversato il periodo della Restaurazione, con qualche
strascico legato alla riduzione del numero degli affiliati, mantenne, in quegli
anni, una linea di condotta moderata; cercando, com’è sua natura, di evitare
scelte estremistiche, ma non per questo disinteressata agli ideali di unità
nazionale. In realtà, è praticamente impossibile etichettare l’ideologia
massonica accostandola ad un ben preciso schieramento politico parlamentare.
Si
può dire che lo schema di pensiero proposto, se per alcuni aspetti, coincise -
soprattutto per ciò che attiene alla libertà d’espressione - con quella
parte che nei governi post-unitari potremmo definire di “centro”; per altri,
principalmente in ragione dell’appartenenza dei suoi componenti al ceto
medio-alto, era più vicino alle idee della “destra”. Ma per altri ancora,
“uguaglianza dei Fratelli”, si può accostare alle posizioni
ideologiche della “sinistra moderata”.
E’
anche da tenere presente una particolare caratteristica che nella massoneria
dell’epoca andava sempre più radicandosi: il laicismo. Peculiarità questa
che, in alcuni casi, si spinse oltre sfociando in un deciso anticlericalismo.
Questa connotazione che era assente negli anni precedenti (ricordiamo che tra
gli iniziati non mancarono i prelati) condizionò, almeno in quegli anni ed in
quelli immediatamente successivi, la reciproca convivenza. Ma questa è
un’altra storia.
Riassumendo,
quindi, si può affermare che sia la Massoneria che la Carboneria, pur – come
dimostrato - con iter differenti, recitarono un ruolo fondamentale nella
politica dei primi governi unitari. Queste furono alla base della creazione e
del successivo sviluppo delle principali componenti parlamentari che si
insediarono in seguito al conseguimento dei primi modelli di “Costituzione”.
A
tal proposito un aspetto è “sconcertante” della storiografia ufficiale
moderna: come il contributo di idee (per non parlare di quello in vite umane)
versato da queste associazioni sia assolutamente sottaciuto o nel migliore dei
casi travisato.
Tra
i molteplici esempi potrei citare un’opera monumentale scritta da Cesare
Spellanzon sulle vicende risorgimentali, costituita da ben quattro volumi per un
totale di circa 3500 pagine, dal titolo “Storia del Risorgimento e dell’Unità
d’Italia” (Rizzoli, 1933) dove non si fa alcun riferimento, nel bene o nel
male, alla Massoneria ed alla Carboneria. Più esattamente gli unici accenni
riguardanti esclusivamente la Carboneria sono indiretti e si riferiscono alle
figure di quei patrioti, definiti appunto “carbonari”, che operarono in
quegli anni.
Un
altro esempio riguarda il Museo Centrale del Risorgimento di Roma.
Lo spazio dedicato alle Società Segrete si esaurisce in una bacheca con
due grafiche.
La
prima, un disegno a matita su carta, è intitolata “Allegoria
di un giuramento massonico”: da notare che i partecipanti non indossano
alcun tipo di insegne – per quello che si può vedere potrebbe anche essere
una riunione “di condominio”!!
La
seconda, un’incisione all’acquaforte, è una caricatura. molto colorata. dal
titolo “Congiurati in conciliabolo”.
Anche in questo caso, fatta salva la libertà di satira, è quanto meno
scorretto proporre esclusivamente questo documento, solo genericamente riferito
alle Sètte Segrete, ignorando fatti e personaggi, legati a queste Società, che
furono fondamentali nella storia del nostro Risorgimento.
Altro,
ed ultimo, esempio è sempre riguardante il Museo romano dove, sebbene alla
figura di Giuseppe Garibaldi sia dato ampio risalto, non c’è la minima
traccia della sua Appartenenza ad una Famiglia massonica. Eppure le
documentazioni storiche non dovrebbero mancare!
In
conclusione ho la convinzione che tutti gli anni compresi tra il Risorgimento e
l’Unità d’Italia siano stati fatti passare attraverso il filtro di un
revisionismo storico il cui fine principale è stato quello di ignorare
deliberatamente tutto quello che non era “istituzionale”.
A costo di spacciare quei concetti di libertà, di fratellanza e di uguaglianza
come idee sporadiche dei singoli e non come “corpus”
etico-filosofico delle più importanti associazioni di uomini liberi.
Nonostante
tutti questi tentativi di manipolazione della storia questa ci insegna che: la
Carboneria essendo venuta meno la sua ragione di esistere si è dissolta.
La
Massoneria esiste ancora!
Fonti
Bibliografiche
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scisma massonico inglese del 1717. Fondazione della Gran Loggia di Londra.
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Roma, 2003
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Massoneria. La storia, gli uomini, le idee. Mondadori, Trento. 2004
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Italiano. Rizzoli. Milano, 2001
F. Conti – Storia della
Massoneria Italiana. Società Editrice Il Mulino, Bologna, 2003
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Grande Oriente. Due secoli di Massoneria in Italia. Sperling
& Kupfer. Trento. 2005
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Massoneria nel Regno di Napoli dal 1750 al 1789. de Hominis Digitate, Anno
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Casa Editrice Nazionale. Roux e Viarengo, 1905
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Massoneria in Italia dalle sue origini alla Rivoluzione Francese. La Nuova
Italia, Firenze, 1974
G. Gabrieli – Massoneria e
Carboneria nel Regno di Napoli. Atanor, Roma, 1982
R. Gervaso – I Fratelli
Maledetti. Bompiani, Milano. 1998
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Illuminismo nell’Europa del Settecento. Marsilio, Venezia. 1994
A. Luzio – La Massoneria e
il Risorgimento Italiano. Zanichelli, Bologna, 1925
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Massoneria italiana dalle origini ai giorni nostri. Bompiani. Milano. 2001
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Massoneria in Italia – Bastoni, Foggia. 1992
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in Italia. Edizioni Cristofari, Vicenza, 1931
A. Ottolini – La Carboneria
dalle origini ai primi tentativi insurrezionali. Società Tipografica
Modenese, Modena, 1936
G. Pardi – Nuove notizie
sull’origine della Carboneria. In “Nuova Rivista Storica”. Anno X.
Fasc. 4, 1916
G. Pecchio – Il catechismo
Italiano. Filadelfia, 1830
A. Pellicciari - Risorgimento
da riscrivere. Ares, Milano, 1998
P. Pieri – Storia illustrata
del Risorgimento d’Italia. Le Società Segrete. Vallardi. Milano, 1931
E. Ravvitti – Delle recenti
avventure d’Italia. Tipografia Emiliana, Venezia, 1864
C. Spellanzon – Storia del
Risorgimento e dell’Unità d’Italia. Rizzoli, Milano 1933
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dell’età moderna. Laterza, Roma-Bari. 2001
L.Troisi – La Massoneria.
Profilo storico-cronologico. Bastoni. Foggia 1990
Un Framassone – Storia,
Dottrina e scopo della Framassoneria. Vienna, 1862
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