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QUATUOR CORONATI N# 112 - GLRI

Risorgimento ed Unità Nazionale. Rapporti tra Massoneria e Carboneria.

relazione del 25 Febbraio 2006
del  Ven.Fr. Antonio Micali  2° Sorv. della Loggia "Quatuor Coronati" n° 112 - MV Loggia Sirio n°97, Messina



Quadro con simboli della Carboneria

Il Risorgimento e la successiva Unità d’Italia risultano ancor oggi periodi storici molto controversi soprattutto per ciò che attiene alla comparsa, allo sviluppo e - nella grande maggioranza dei casi - al successivo declino di quelle organizzazioni segrete che condizionarono innegabilmente la vita politico-sociale del nostro Paese in quegli anni. Per una più facile comprensione delle vicende storiche che ebbero come teatro il territorio italiano è indispensabile conoscere lo stato geo-politico dello stivale negli anni intorno al Congresso di Vienna (1814-1815).

I cinque grandi stati, Austria, Gran Bretagna, Russia, Prussia, Francia che avevano avuto il sopravvento su Napoleone Bonaparte, nel Giugno 1815 suddivisero il territorio italiano, definito dallo sprezzante Principe Metternich “una semplice espressione geografica”, in dieci Stati tutti riconducibili alle monarchie dell’epoca tranne che per lo Stato Pontificio e la Repubblica di San Marino.

La famiglia regnante d’Austria con il Regno Lombardo Veneto, il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, il Ducato di Modena, Ducato di Massa e Carrara, il Gran Ducato di Toscana faceva la parte del leone. Seguivano i Savoia con il Regno di Sardegna ed infine i Borboni con il Ducato di Lucca ed il Regno delle due Sicilie.

Tutti questi governi, tronfi della vittoria, più che sull’odiato Corso, sulle sue idee che erano pericolosamente aperte verso i ceti medio-bassi, mantennero una linea politica comune: considerare il popolo esclusivamente come suddito, senza alcun diritto associativo o libertà di espressione. Conseguenza logica di ciò fu quella che tutte le associazioni non direttamente controllate dai governi locali furono bandite o nel migliore dei casi mal tollerate.

In questo clima fiorirono in tutti gli Stati, con alterne fortune, una miriade di Società Segrete con l’effetto che alcune (proprio a causa del loro numero troppo elevato) furono in diretta concorrenza, se non in aperta ostilità, tra loro. Basta ricordare che nella sola Puglia intorno ai primi anni del 1800 si potevano contare non meno di 31 sètte minori. Le origini di gran parte di queste Società sono da ricercare localmente, scaturendo in maniera quasi naturale dal comune intento di raggiungere un completo affrancamento dalla dispotica nobiltà. Va tuttavia precisato che in alcuni casi queste associazioni furono fondate proprio dalla nobiltà locale, con il preciso scopo di creare una valida opposizione alle più attive sfruttando gli stessi metodi.

Fra quelle che ebbero una più estesa espansione territoriale ricordiamo solo alcune fra le più rappresentative: i Filadelfi, i Sublimi Maestri Perfetti, i Patrioti Europei, i Concistoriali, i Sanfedisti, i Decisi, i Calderai, la Società dei Raggi e l’Astronomia Platonica.

Certificato Carbonaro

Un cenno particolare meritano proprio queste ultime due: la prima, la Società dei Raggi, aveva come centro nevralgico Bologna e si estendeva “come raggi” su tutta l’Emilia Romagna. Era organizzata con un comitato direttore formato da cinque “patrioti” ognuno dei quali era a capo di quattro “iscritti alla cospirazione”. Questi ultimi presiedevano il “comitato dei diciassette” che, infine, esercitava il controllo sugli affiliati. Il fine ultimo era quello di fondare due repubbliche confederate (una del Nord e l’altra del Sud) comprendenti tutto il territorio italiano.

L’Astronomia Platonica era diffusa in tutto il nord Italia e risultava composta da due “Emisferi” quello di Bologna e quello di Milano. Ogni emisfero era retto da una “Prima Stella”, mentre le sedi periferiche erano definite, in senso decrescente per comando, “Segmenti”, “Raggi”, “Linee”. I membri erano chiamati “Pianeti” e quando erano in missione al di fuori della loro area territoriale di competenza “Comete”.

La Società “Astronomia Platonica” fu invitata, nella qualità di movimento indipendentista di peso, a partecipare a “I Comizi di Lione” nel dicembre 1801. Ma già in quella sede si evidenziarono profondi contrasti interni tra le due “prime stelle” sulla gestione politica una volta raggiunta l’unità territoriale.

Entrambe queste sètte non ebbero vita lunga, la Società dei Raggi si spaccò in due tronconi, una parte si fuse con la Società degli Insorgenti, attiva in Austria, la restante confluì nelle fila dei Rivoluzionari Francesi. L’Astronomia Platonica si sciolse anch’essa in seguito alla devastante competizione che si scatenò tra i suoi vertici, principalmente per interessi economici, i quali volevano prevalere l’uno sull’altro.

Accanto a queste realtà, che potremmo definire “regionali”, un discorso a parte va fatto per ciò che attiene alle uniche due organizzazioni rappresentate uniformemente su tutta la penisola: la Massoneria e la Carboneria.

Sulle origini della Massoneria moderna si è detto e scritto di tutto, ma se si fa riferimento esclusivamente a quello che è storicamente dimostrabile, l’atto di nascita porta la data del 24 giugno 1717 con la fusione di quattro Logge operanti a Londra, esse erano: Birreria “L’Oca e la Graticola (The Goose and Gridiron in St. Paul's Churchyard), Birreria “La Corona” (The Crown Ale-House near Drury Lane), “ Taverna “Il Melo” (The Apple-Tree Tavern) e la Taverna “Il Boccale ed il Grappolo (The Rummer and Grapes Tavern in Westminster). Il lettore non si stupisca per i nomi delle Logge. Esse, a quei tempi, riportavano soltanto la denominazione dei locali dove si svolgevano le adunanze. Venne così fondata la Gran Loggia di Londra che nel 1723 pubblicava ad opera di Anderson le sue Costituzioni.

Nel breve volgere di qualche anno i principi di questa associazione furono esportati in tutta Europa con la fondazione di Logge dapprima in Francia (Parigi, 1721), in Spagna (Gibilterra, 1726), in Germania (Amburgo,1733), in Svezia (Stoccolma, 1735), e così di seguito in Svizzera (Ginevra,1736) etc.

La Free-Masonry, era noto, evitava “gelosamente la lebbra delle dissensioni politico-religiose” (A. Luzio, 1925) e proprio a causa di questo divieto, espressamente imposto dai Regolamenti, che ben presto ruppe ufficialmente con la Massoneria francese, che delle dissertazioni soprattutto politiche faceva un suo punto di forza, condizionata com’era dalla presenza massiccia nelle sue fila di personaggi legati strettamente al regime napoleonico.

Antonio Cocchi

Per quanto attiene alla comparsa della Massoneria in Italia le opinioni sono anche in questo caso discordanti. Una delle ipotesi più accreditate la fa risalire ufficialmente a Firenze nel 1733 ad opera di Charles Sackville, Duca di Middlessex. Questi fondò, in quegli anni, una Loggia definita “degli inglesi”  nella quale il 4 agosto 1732 fu iniziato Antonio Cocchi, medico ed anatomico, che alcune fonti ritengono sia stato il primo italiano in massoneria, e che nel 1733 ne resse il maglietto. La prova dell’esistenza di quella Loggia si ricava grazie da una medaglia coniata proprio in onore del nobile inglese, in cui era raffigurata una piramide sormontata da un occhio insieme ad altra simbologia classicamente massonica. Ma già da tempo “lavori massonici” erano organizzati a Roma nel 1724 dal fratello Martin Folkes. Questi fu nominato, nel 1739, Gran Maestro della “provincia” della Savoia, del Piemonte e della Sardegna. Quel territorio, a causa dell’esiguo numero di Logge operanti, era considerato a tutti gli effetti come una delle “province” della Gran Loggia di Londra.

In breve tempo furono, quindi, fondate numerose Logge nelle grandi città, ne citiamo solo alcune: la “Amici Sinceri” a Roma (6 novembre 1787), la “Concordia” a Milano. Si passa così, nel volgere di qualche anno, da una situazione di Logge isolate sul territorio nazionale ad una loro organica e massiccia presenza; da questo punto di vista è emblematico ciò che avvenne nella città partenopea negli anni compresi tra il 1783 ed il 1813.

La Massoneria napoletana in quegli anni, dapprima con il favore della regina Maria Carolina e successivamente con Giuseppe Napoleone, crebbe in maniera esponenziale fino a raggiungere il ragguardevole numero di 97 Logge. Venne così fondato il Grande Oriente di Napoli (1813) che si affiancava al già costituito Grande Oriente d’Italia (Milano 20 giugno 1805). Quest’ultimo, al momento della sua fondazione, comprendeva soltanto 15 Logge sparse tra Milano (5), Bergamo (1), Verona (1), Taranto (1). Le restanti otto erano tutte a Napoli ed erano esclusivamente di tipo militare.

Da quanto sopra esposto risulta evidente che in un primo momento nella nostra penisola era presente una Massoneria esclusivamente di derivazione anglosassone; successivamente, a partire dal regno delle Due Sicilie vennero privilegiate le linee guida francesi, che come è noto, seguivano un rituale definito “scozzese” (Antonio F. de Stefano “de Hominis Digitate”, 2004) a scapito delle radici inglesi.

Ciò nonostante, le due correnti convissero fianco a fianco, e sebbene non potessero avere rapporti ufficiali era frequente che venissero in soccorso gli uni degli altri. Come riporta, a tal proposito, Aldo Bonfiglio (“de Hominis Digitate”, 2003) il legame dovuto all’Appartenenza alla Fratellanza era così forte da indurre i Fratelli di Palermo,  nel 1766, a mettere in guardia i Fratelli di Messina, di diversa obbedienza, sulle indagini in corso da parte di un Ministro Regio incaricato dal Vicerè Giovanni Fogliani d’Aragona principe di Pellegrino, così da permettere loro di adottare le opportune contromisure.

Ricordo che lo stesso Re Giuseppe Napoleone venne nominato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia nel novembre 1804 ed il Re Gioacchino Mürat, salito al trono del Regno delle Due Sicilie il 30 marzo 1806, fu anch’egli designato Gran Maestro potendo contare sull’appoggio di quasi tutte le numerose Logge napoletane, che già nel 1783, come detto, si erano di fatto scisse dalla Gran Loggia di Londra.

Questa spaccatura tra le due obbedienze ritengo che fosse legata anche ad ovvi motivi di opportunità, mentre nel centro-nord Italia era messa in crisi l’esistenza stessa di quelle Logge, che potremmo definire non allineate con i francesi, colpite in più dalla scomunica da parte di Clemente XII con la bolla “In eminenti Apostolatus Specula” del 28 aprile 1738. In tutto il sud la presenza tra gli iniziati di esponenti della nobiltà e del clero, divenuta quasi una moda, garantiva una tranquilla esistenza, anzi ne favoriva l’espansione.

A riprova di ciò alcune Logge napoletane, una fra tante la “Perfetta Unione”, attraverso scambi di diplomi, allacciarono stabili rapporti principalmente con le Logge francesi, fra le quali ricordiamo la “Perfetta Eguaglianza” di Liegi, la “Patriottismo” di Lione e con quelle parigine. Nel complesso ad una contrazione della presenza massonica su tutto il territorio nazionale durante il periodo napoleonico si contrappose, in tutto il primo trentennio del 1800, una significativa crescita numerica.

Se prendiamo in considerazione le origini della Carboneria e la sua comparsa nel nostro Paese gli storici dell’epoca (ma anche i moderni), anche in questo caso, hanno teorie diverse tra loro. 

Alcuni autori, riguardo alle origini storiche, la vogliono come una pura e semplice emanazione della Massoneria inglese adducendo come argomentazioni probanti, in primo luogo, il rituale utilizzato nelle “vendite carbonare” che rispecchierebbe passo passo quello massonico, ma anche i “gradi” carbonari che sarebbero omologhi a quelli del Rito Scozzese (sono 33 in entrambe le associazioni).

 Questa avrebbe attecchito in Sicilia ed in Svizzera. Dalla Sicilia si sarebbe diffusa in breve in tutto il Regno delle Due Sicilie, mentre quella Svizzera si sarebbe fusa con il movimento Tugendbund (Lega della Virtù) presente in Germania, del quale uno dei padri fondatori fu il filosofo Fichte. Questo movimento (Tugendbund) a sua volta avrebbe gettato le basi per l’insediamento nella Lombardia, già nel 1809, delle prime associazioni carbonare. In ogni caso per una più organica presenza bisognerà aspettare il 1814. Si arriva così a considerare il Carbonarismo l’omologo dalla cosiddetta Lega Nera operante in Francia già dal 1798 come movimento antinapoleonico.

Da non sottovalutare la teoria di chi fa risalire la sua origine alla Franc-Maçonnerie du Bois. In questo caso, però, l’associazione possedeva già dei riti specifici ed un’antica simbologia legata agli elementi naturali dei boschi (legname, albero, foresta, bastone, ascia, carbone). E’ utile ricordare che la Massoneria del Legno era legata alla leggenda di San Teobaldo, suo patrono. Come riferisce lo storico Giuseppe Ricciardi “credesi che fondatore sia stato un certo Teobaldo, detto poi santo, meritevole di essere esaltato…”(cit. da A. Ottolini, 1936). Questi, vissuto in pieno Medioevo (1017-1066), dedicò la propria vita ad alleviare le sofferenze altrui avendo come dimora una capanna in un bosco.

D’altro canto questa società non avendo avuto spazio vitale per svilupparsi, costretta com’era tra la Massoneria anglosassone da un lato e i rivoluzionari francesi  dall’altro, dapprima si divise, dando vita al Compagnonnaggio di Diritti, ed infine si dissolse, agli inizi del XIX secolo, nelle varie sette nazionali come la Charbonnerie in Francia e la Carboneria in Italia.

Se per ciò che concerne le origini storiche di quest’ultima si fa riferimento principalmente alle due correnti di pensiero suesposte, molteplici sono, invece, le ipotesi che vengono formulate circa la comparsa sul territorio italiano di questa associazione.

Una prima la si può evincere da un rapporto che il 7 agosto 1813 il Prefetto Luini trasmise al Principe Eugenio di Beauharnais, a quel tempo Gran Maestro della Massoneria Milanese. In esso si afferma che una società “semi-massonica” detta “corporazione de’ carbonari” era istituita a Napoli già nel 1718 “per maneggio della famiglia Pignatelli”.

A questo punto ci si deve chiedere: è storicamente razionale che due società segrete, definite vicine tra loro, possano avere la luce contemporaneamente in due Regni europei così distanti?

Tenteremo di dare una risposta plausibile più avanti.

Un altro autore (G. Pecchio, 1830) scrive testualmente “I Carbonari vennero alla luce verso il 1807 in Sicilia ed ebbero per padrini una Regina ed un Cardinale”. Si riferiva alla Regina Maria Carolina ed al Cardinale Ruffo.

Ulteriori documentazioni sono formulate da Giuseppe Pardi che nel 1926 affermava, basandosi su un manoscritto ritrovato nell’Archivio di Stato di Firenze, che già nel 1804 la Carboneria esisteva e si moltiplicava in Calabria.

Più recentemente Martin Clark (2001) sostiene categoricamente che la Carboneria non attecchì mai in Sicilia ma soltanto nel resto d’Italia (incredibile!!).

Fino ad ora abbiamo passato in rassegna soltanto alcune delle teorie sulla nascita e la diffusione della Carboneria in Italia, ma a ben vedere la documentazione storica fornita da tutti questi autori, sebbene valida, si riferisce esclusivamente a prove indirette, come rapporti di polizia o segnalazioni personali confidenziali. Adesso però prendiamo in considerazione una testimonianza diretta.

Alessandro Luzio nel suo “La Massoneria e il Risorgimento Italiano” (1925) pubblica integralmente un documento, datato giugno 1814, redatto in francese, scritto dal Generale Giuseppe Rossetti quando con il suo reggimento era di stanza a Gray. Egli dichiara di essere stato affiliato nel 1802 alla “setta de’ Carbonari, che non è altro che quella de’ Buoni Cugini conosciutissima in Francia”. Questo può essere considerato a tutti gli effetti l’atto di nascita della Carboneria ed avvalora la tesi, di sicuro la più accreditata, che questa associazione derivi dal “Compagnonnage” francese.

Per completezza è bene ricordare che esisteva anche in Germania una “Compagnia del Compagnionaggio”, ma quest’ultima, al contrario di quella francese, era più tollera  ed aveva come scopo principale l’istruzione ed il perfezionamento degli apprendisti.

Da quanto sopra esposto non esistono riscontri storici che supportino la teoria della Carboneria come filiazione della Massoneria. Del resto, per obiettività storica, non si possono disconoscere le caratteristiche comuni tra queste due associazioni, anche se non furono significative.

Queste affinità sono state alla base dell’osmosi tra le fila dei massoni e dei carbonari. Si è a conoscenza diretta che quei maestri massoni, che lo desideravano, potevano entrare a far parte della Carboneria con il solo voto, senza, quindi, sottoporsi al rito iniziatici - il loro numero fu, invero, relativamente esiguo. Alcuni storici - tra i quali Ottolini (1936) - riportano che addirittura non avrebbero potuto occupare posti di rilievo in seno all’associazione carbonara se non avessero, in precedenza, ottenuto gli alti gradi massonici. Quindi erano iscritti, ipso facto, nel Libro d’Oro.

In questo caso ho la netta impressione si tratti di un’operazione pubblicitaria dei vertici carbonari per “pescare” affiliati a scapito dell’altro concorrente diretto.

In senso inverso (ossia dalla Carboneria alla Massoneria) si ha contezza che alcuni Carbonari confluirono nella Libera Moratoria sia di Rito Scozzese (principalmente nel centro-sud Italia) sia in quella legata al Rito di Misraim e Memphis (soprattutto del nord-est). Un esempio indiscutibile è fornito dall’Arciprete calabrese Domenico Angherà. Questi, affiliato alla Carboneria nel 1820, ci fa sapere - tramite una missiva ad un amico massone - che fu “iniziato ai massonici misteri” nel maggio 1824 (cit. da Ciuffoletti e Moravia, 2004). 

Anche in conseguenza di questo metodo di reclutamento giova ricordare che le contrapposizioni tra le “Vendite” carbonare e le “Logge” massoniche furono di rilievo e coinvolsero anche i gradi più alti delle due associazioni. Infatti, la critica più feroce che i vertici carbonari facevano circolare sulla Massoneria, era legata alla sudditanza che questa aveva sia nei confronti dei “francesi” che di tutta la classe nobiliare in generale.

Di contro la Massoneria, essendo stata anche presa di mira, fin dagli albori, dalle varie “scomuniche”, non vedeva di buon occhio la Carboneria, tra le cui fila si potevano contare molti sacerdoti.    

Da quanto su esposto si può desumere che, almeno per le origini, la Massoneria e la Carboneria seguirono due percorsi storici certamente indipendenti. La Massoneria fu legata esclusivamente alla realtà socio-culturale anglosassone; la Carboneria, invece, fu divulgata in Italia dagli aderenti alla Charbonnerie, che erano quasi tutti militari francesi. Questa associazione, a sua volta, fu una derivazione del Compagnonnage che si costituì dopo lo scisma interno del 1808.

 

Adesso esamineremo altri importanti aspetti storici legati alle due organizzazioni che possono essere riassunti con i tre seguenti quesiti:

1)      Quale fu il loro apporto agli eventi storici che portarono al Risorgimento Italiano?

2)      Negli anni immediatamente precedenti l’Unità d’Italia la loro presenza sul territorio condizionò le scelte degli insorti?

3)      Ottenuta l’unificazione del paese, ebbero, in qualche modo, parte attiva nella politica unitaria?

Scrivere di Risorgimento Italiano, ancora oggi, per certi aspetti, potrebbe equivalere a fare una passeggiata, bendati, in un campo minato. Scorrendo la letteratura recente si ha una buona probabilità di incappare in autori che potrei definire “estremisti”. Esempio emblematico è la scrittrice Angela Pellicciari che nel suo “Risorgimento da riscrivere” (Milano, 1998) afferma che nel marzo 1861 Vittorio Emanuele II veniva proclamato Re di quell’Italia in cui la volontà dell’1% (i Massoni) aveva prevalso sul restante 99% della popolazione cattolica. Ed ancora “E’ un perfetto esempio di Stato totalitario in cui spadroneggiavano le Società Segrete legate ai potentati internazionali anticattolici”. Era il trionfo del Paganesimo. E come se non bastasse: il fine della Carboneria “era l’annichilimento completo del cristianesimo e perfino dell’idea cristiana. L’Alta Vendita si prefigge una rigenerazione universale, inconciliabile con la sopravvivenza del cristianesimo.

La scrittrice dovrebbe ricordare, innanzitutto, che sia il rituale carbonaro (addirittura definito con il termine di “catechismo”) sia tutto il contesto simbolico, ruotavano intorno alla passione ed alla morte di Cristo e che, dato ancor più significativo, si potevano annoverare – come già detto - tra le fila degli adepti, un gran numero di ecclesiastici. Questi ultimi, di sicuro, non avrebbero acconsentito passivamente ad una disfatta o addirittura “all’annichilimento” della Chiesa Cattolica!

Per nostra fortuna esiste una messe di documentazioni storiche, assolutamente obiettive, a cui attenersi per poter fornire un giudizio sereno sugli anni a cavallo del 1860…. e sono proprio queste che prenderò in considerazione.

Tutte le fonti bibliografiche e documentali in mio possesso, a partire dal Ravvitti con il suo “Delle Recenti Avventure d’Italia” (Venezia, 1864), sono concordi nel considerare le vicende storiche nella penisola intorno al 1810 fortemente condizionate dalla crescita in tutto il sud Italia della Carboneria, che come si afferma “erasi distesa in ogni luogo, in  ogni ceto, nei disegni degli audaci, nelle credenze del volgo, ed era suo voto una costituzione come la inglese”. Questa  influì pesantemente sulle decisioni politiche adottate dallo stesso Re Gioacchino Mürat. Questi in un primo momento diede aperto consenso alla presenza, nel suo regno, delle Logge massoniche - giova ricordare che era Gran Maestro del Rito francese - e fornì un appoggio, se non formale, di fatto alla Carboneria napoletana. Pensiamo, per esempio, che in un rapporto segreto di polizia si affermava che: ”Mürat spiegò con favore per questa società; ne promosse l’incremento. Ogni funzionario pubblico che voleva essere accetto al suo Sovrano si aggregò alla Società Carbonara, ed in breve tempo si estese …..”.

Tutto questo però non poteva sfuggire alle case regnanti in Francia e in Austria. Difatti, il Principe Eugenio di Beauharnais, Vicerè d’Italia, cambiando radicalmente la sua linea di condotta tenuta fino a quel momento, per timore di una crescita incontrollata della Massoneria anglosassone con le sue idee liberali, si adoperò di mettere fuorilegge, indistintamente, le Società Segrete ed in primis tutte le Logge massoniche. Ma soprattutto va ricordato che Antonio Capece Minutolo, Principe di Canosa, che in soli cinque mesi fondò e diresse la setta dei Calderari (20 gennaio – 24 giugno 1816), o Calderari del Contrappeso, con lo scopo specifico di fare appunto da contrappeso all’attività della Carboneria. L’effetto di queste prese di posizione, nient’affatto incruento, fu quello di far tornare nella clandestinità massoni e carbonari.

Gli avvenimenti storici che si svilupparono in quegli anni, ad esempio i primi Moti Carbonari del 1820, li ritroviamo su tutti i libri di storia, e ne conosciamo bene il corso: in questa sede, invece, cercheremo di puntualizzare quali furono le linee di pensiero di tali movimenti.

Come già riportato sia la Massoneria che la Carboneria nel 1816 subirono pesanti ripercussioni per ciò che attiene alle loro attività sociali. In particolare i Carbonari vennero numericamente decimati, ma le due associazioni, anche se per vie diverse, continuarono ad operare.

La Massoneria, molto più organizzata, sviluppò e consolidò quegli ideali di libertà e di democrazia, che in quel momento attraversavano il nostro paese.

La Carboneria, i cui affiliati erano stati raccolti in tutte le classi sociali risentiva, nella sua attività, di una più forte spinta politica che potremmo definire costituzionalistica ed indipendentistica.

La riprova di ciò sta nel fatto di essere riuscita ad ottenere dapprima in Sicilia, nel 1812, e successivamente in tutto il Regno una Costituzione, seppur rudimentale, molto vicina a quella inglese con la presenza di due Camere: il tutto, praticamente, senza sparare un colpo. Purtroppo le note vicende storiche ci dicono che queste riforme in senso liberale ebbero vita breve. L’epilogo si ebbe il 12 settembre 1822 quando a Napoli furono impiccati i due ufficiali carbonari Morelli e Silvati che si erano posti al comando degli insorti, insieme al Minichini. Questa fu la perdita (momentanea) delle speranze di indipendenza e di rinnovamento che vennero stroncate da Ferdinando IV con l’aiuto delle truppe austriache, l’indomani della caduta di Napoleone. Lo stesso Re Ferdinando IV, riunificato tutto il territorio del sud Italia con la fondazione del Regno delle due Sicilie, si rivelò convinto oppositore della Massoneria, questo atteggiamento aveva preso corpo già in precedenza con un editto datato 12 settembre 1775 in cui questa veniva messa al bando, in quanto l’appartenenza configurava il reato di “lesa maestà”.

Risulta evidente che, volendo dare una risposta al primo quesito (quale apporto diedero Massoneria e Carboneria agli eventi storici che portarono al Risorgimento Italiano), potremmo dire che il contributo dato dalle due organizzazioni, fu, almeno per le sue fasi iniziali, certamente fondamentale, differenziato ed equalitario. La Massoneria, mantenendosi sempre nei suoi limiti tradizionali, conservò il carattere prevalentemente speculativo. Tutto ciò fu favorito anche dalla presenza tra le fila degli iniziati - in grande percentuale - di appartenenti ai ceti medio-alti, che, i quali fornirono il supporto ideologico. Invece l’attività della Carboneria fu orientata verso un’applicazione pratica di quei principi di uguaglianza e di indipendenza che potevano far presa più facilmente sulla popolazione.

Per dirla con Oreste Dito nel suo “Massoneria, Carboneria ed altre Società Segrete nella Storia del Risorgimento Italiano” (Torino-Roma, 1905) “La Massoneria è la mente che non si stancò mai e che dirige sempre, la Carboneria fu il braccio che ne plasmò il concetto: e mentre la Massoneria è universale ed eterna, la Carboneria fu particolare e temporanea.”. Riporto testualmente quello che lo stesso Maroncelli scrisse (citato da Dito): “Carboneria del pari che la Massoneria, è società morale, che tende al miglioramento dell’umana specie: per tutto è protettrice dell’equo; ma che poi in un determinato paese, e in uno speciale periodo si faccia sostenitrice d’una trattativa politica più che d’un’altra, sarà sempre cosa al tutto accessoria ed unicamente limitata alle circostanze di loco e di tempo.”. Si potrebbe aggiungere che tutto ciò fu realizzato nel rispetto delle importanti e incontestabili diversità tra le due realtà.

Passiamo adesso a considerare se, negli anni immediatamente precedenti l’Unità d’Italia, la presenza contemporanea sul territorio delle due organizzazioni abbia condizionato le scelte degli insorti (secondo quesito).

Dopo il fallimento dei Moti del 1820-21 la Carboneria imboccò la china del definitivo dissolvimento. Ciò era dovuto non solo alle disfatte sul campo, ma soprattutto ad una inesistente organizzazione integrata che fosse estesa a tutta la penisola. Tutto ciò mise in crisi gli stessi membri che spesso non conoscevano persino l’identità dei vertici e di conseguenza ignoravano i programmi che avrebbero consentito loro di agire in maniera coordinata.

A peggiorare le cose, per questa associazione, appare sulla scena un personaggio, tale Giuseppe Mazzini, che fece opera di proselitismo quasi esclusivamente tra gli iscritti alla Carboneria. Carbonaro egli stesso, fu affiliato - per sua ammissione -  nel 1828, ma ben presto prese le distanze da quel “vasto e potente corpo, ma senza capo; associazione alla quale non erano mancate generose intenzioni, ma idee, e priva non del sentimento nazionale, ma di scienza e logica per ridurlo in atto.” (da G. Mazzini “Scritti editi ed inediti” – op. cit.). Di contro non si hanno riscontri storici su una sua appartenenza a qualsivoglia obbedienza massonica.

Per avere una visione ampia del panorama ideologico di quegli anni non si può tralasciare di ricordare che il disegno politico di Mazzini per alcuni aspetti era comune a quello che si stava sviluppando in Francia ad opera di Filippo Buonarroti, fondatore dei Filadelfi. Quest’ultimo progettava una rivoluzione repubblicana che prendesse le distanze sia dai sovrani che dalla Chiesa.

Dall’evoluzione del pensiero mazziniano, come è noto, ebbe origine la “Giovine Italia”. Questo movimento fu alla base di tutti gli avvenimenti storici che si svolsero nel nostro paese fino al 1848, anno delle “Cinque giornate di Milano” e della Prima Guerra d’Indipendenza.

Ma in quegli anni di grande fermento sociale, tra scontri armati e ideologici, la Massoneria dove si collocava?

In seguito alla dura repressione del 1821 le monarchie presenti nel nostro paese ripresero nuovo vigore, attuando una nuova intransigente restaurazione. Va precisato, però, che questo rigurgito di sovranità nobiliare non ebbe lo stesso effetto su tutta la penisola. Nel sud Italia, i Borboni esercitarono un più severo controllo del territorio e di conseguenza la Massoneria, che si era apertamente sbilanciata a favore dei moti indipendentistici, conobbe un periodo di stagnazione, rifugiandosi nella semioscurità. Nel Nord, dove l’Obbedienza non si era mai completamente manifestata, le ripercussioni sull’esistenza stessa delle Logge furono altrettanto pesanti ma non letali; quindi, proprio in virtù della maggiore discrezione, sopravvisse uno “zoccolo duro“ molto attivo.

Forse sono queste le motivazioni storiche per cui i tradizionali principi dell’Ordine non solo sopravvissero, ma anzi si rinsaldarono e proprio in questi anni saranno integrati da quel sentimento nazionalistico che condusse tutto il paese alla sua, ormai vicina, unificazione.

E’ storicamente dimostrato che gli anni immediatamente precedenti l’Unità d’Italia furono influenzati dal pensiero mazziniano, che come abbiamo detto è un’evoluzione del carbonarismo, ma è altrettanto certo, per via di una accurato carteggio, che i vertici politici dell’epoca, soprattutto del nord Italia, dovettero “fare i conti” con la risorgente Massoneria italiana.

Basta ricordare che lo stesso Cavour, vicino ai fondatori della Loggia “Ausonia” creata a Torino l’8 ottobre 1859 (il nome utilizzato non era casuale, deriva dal latino arcaico ed è usato per indicare l’Italia centrale e meridionale), da astuto uomo politico quale egli era, cercò di favorire “la massoneria nazionale, per mantenerla ligia al governo disciplinatore della rivoluzione e sottrarla alle possibili suggestioni pro domo del Mürat.”. E’ necessario ricordare, per obiettività storica, che sull’effettiva Appartenenza del Cavour alla Massoneria non esistono riscontri documentali, poichè tutto ciò era attuato nella giusta discrezione. La prova di ciò sta nel fatto che lo stesso Giuseppe La Farina, fondatore della “Società Nazionale” pur essendo molto legato a Cavour, così da essere incaricato di facilitare l’annessione della Sicilia al Piemonte, non aveva certezze sull’esistenza di Logge torinesi. Egli scriveva ad un amico il 18 febbraio 1860 “per quanto alla Massoneria sono pienamente d’accordo con te, che è cosa da non trascurare. So che qui vi è Loggia, ma ignoro chi la componga; se pensassero rivolgersi a me, accetterei volentieri.” (A. Luzio, 1925).

Ciò nonostante alcuni autori - fra cui lo stesso Conti (2003) -  dando per scontato che il Cavour fosse stato effettivamente “iniziato” nella stessa Loggia Ausonia, affermano che questi avrebbe rischiato di essere nominato addirittura Gran Maestro nel 1861, ma che la morte lo colse, in maniera inaspettata, pochi giorni prima della sua elezione, mandando a monte così i piani dei vertici della Massoneria dell’epoca.

Si può quindi affermare con certezza che mentre la Massoneria italiana, sia pur tra alterne vicende, fu sempre presente nel panorama socio-politico nazionale, anzi proprio a ridosso dell’agognata unificazione conobbe momenti di splendore. Invece la Carboneria negli anni intorno al 1860 si era disgregata già da tempo, avendo avuto però l’indiscutibile merito di far prendere coscienza al popolo di un possibile affrancamento dai regnanti stranieri per la riunificazione nazionale.

Possiamo verificare quanto sopra affermato se si prende in considerazione una figura di spicco dell’epoca. Questo personaggio entra sulla scena massonica nel 1844, con la sua iniziazione nella Loggia Asil de la Vertud di Montevideo: lo ritroviamo diciotto anni dopo, precisamente il 29 agosto 1862, eletto con 45 voti a favore su 50, Gran Maestro del Supremo Consiglio del Rito Scozzese a Palermo. Si trovava lì a capo di un corpo di spedizione, denominato “dei Mille”, che cambiò il volto e la storia del nostro paese. Il suo nome era Giuseppe Garibaldi.

Egli, da convinto nazionalista, ritenendo che le autonomie geo-politiche fossero già in regresso, tentò di praticare una politica massonica di unificazione a partire dalla scelta del luogo dove far risiedere la sede centrale del Grande Oriente. Il 30 ottobre 1867 pubblicò, a tal proposito, un decreto in cui indicava come scelta auspicabile Roma come capitale del “prossimo” Regno d’Italia unificato. L’opposizione interna al suo programma, da parte di una frangia di massoni estremisti, fu veemente tanto che, ad un documento di critica del 18 giugno 1868, egli rispose con due laconiche righe di “rinuncia a qualunque titolo o grado” conferitogli dal Supremo Consiglio di Palermo. Questo non gli impedì di perseverare nel suo tentativo: liberare Roma e farla capitale dell’Italia unificata; anche se, come sappiamo, fu osteggiato politicamente da Cavour, che non credeva nella riuscita della spedizione garibaldina. L’intento di quest’ultimo era quello di potersi liberare dagli Austriaci con l’appoggio dei Francesi.

L’elezione del Generale Garibaldi, per la Massoneria del sud Italia, fu anche un tentativo, purtroppo fallito, di appianare tutti i contrasti che via via prendevano corpo, anche per gli argomenti più disparati, tra le varie “correnti” interne a quella Obbedienza. Per esempio basta ricordare che, proprio nel 1862 dopo estenuanti discussioni, furono cambiati i colori delle insegne da blu a verde.

Certificato Carbonaro

Quale ruolo recitarono la Massoneria e la Carboneria nella ideazione di una vera e propria politica unitaria? (terzo quesito)

Negli anni che vanno dal 1850 alla fine degli anni 60 vediamo una decisa inversione di tendenza per ciò che riguarda il metodo di lotta finalizzato alla indipendenza del territorio italiano. Se fino ad allora si privilegiava “la cospirazione” come mezzo per il raggiungimento degli obiettivi politici, adesso è l’intera popolazione che viene coinvolta nei processi rivoluzionari.

Questo nuovo atteggiamento delle masse popolari segnò l’uscita di scena di tutte quelle sette che, non possedendo il dovuto retroterra etico-morale, si erano orientate esclusivamente verso la lotta armata.

A tal proposito è chiaro il giudizio espresso da Oreste Dito: “Inoltre lo spirito rivoluzionario aveva fatto pullulare una quantità strabocchevole di associazioni clandestine, ma che con la politica non avevano spesso nulla a che fare. Ignoravano nella loro grande maggioranza, non diremo l’ordinamento, ma financo l’esistenza delle due società principali del tempo, la Massoneria e la Carboneria;”. A questa considerazione aggiungeremmo che esclusivamente in queste due “società” ritroviamo basi etico-filosofiche, anche se storicamente quelle massoniche sono le più solide e già da tempo radicate.

Al contrario le organizzazioni che seppero trovare la giusta misura tra i programmi ideologici e la loro attuazione pratica furono premiate da un cospicuo consenso popolare. Infatti, sebbene persistano ancor oggi notevoli differenze di valutazione, il numero orientativo degli affiliati alla Carboneria, tra il 1819 ed il 1820, si aggirava tra i 300.000 ed i 650.000. In ogni caso era un numero notevole considerando il fatto che esistevano contemporaneamente molte altre organizzazioni.

Appare evidente, come affermato in precedenza, che la sfera d’influenza della Carboneria non si spinse oltre il 1830 essendo stata decimata dalle dure rappresaglie borboniche ed austriache. Per questo motivo la vita politica del nostro paese non risentì della presenza sul territorio di questa associazione. Un’altra ragione, probabilmente la più profonda, è da ricercare nella sua carente ideologia; questa subì un’evoluzione in senso, principalmente, militaristico.

Bisogna ricordare che molti carbonari italiani, costretti all’esilio, erano confluiti nelle fila dei Giacobini, per poi a loro volta esportare dalla Francia, scossa dalla Rivoluzione Francese, quelle idee rivoluzionarie che sono alla base dell’ideologia della “sinistra radicale” moderna. Quindi, anche se indirettamente, la Carboneria indusse la formazione della frazione comunista nel panorama politico unitario.

In quel periodo storico due furono i campi di battaglia su cui si scontrarono le idee politiche degli italiani: l’indipendenza e la repubblica.

Per quanto attiene all’indipendenza tutti erano concordi nell’ottenerla; le diversità, caso mai, erano sui metodi per raggiungerla: alcuni volevano appoggiarsi alla Francia (sostenitore di questa tesi, come detto, fu Cavour); altri, tra i quali Garibaldi e Mazzini, erano convinti che bastasse il solo sommovimento popolare.

Sulla forma di governo dell’Italia unificata tutte le ipotesi ruotavano intorno alla repubblica, sia pur con le accertate differenze legate al settore geo-politico. Il modello principalmente supportato era quello inglese: una monarchia repubblicana bicamerale. Ma anche in questo caso i dissenzienti erano numerosi e quindi c’era chi non accettava la presenza di una casa regnante e chiedeva si instaurasse un governo di tipo esclusivamente popolare.

La Massoneria dopo aver attraversato il periodo della Restaurazione, con qualche strascico legato alla riduzione del numero degli affiliati, mantenne, in quegli anni, una linea di condotta moderata; cercando, com’è sua natura, di evitare scelte estremistiche, ma non per questo disinteressata agli ideali di unità nazionale. In realtà, è praticamente impossibile etichettare l’ideologia massonica accostandola ad un ben preciso schieramento politico parlamentare.

Si può dire che lo schema di pensiero proposto, se per alcuni aspetti, coincise - soprattutto per ciò che attiene alla libertà d’espressione - con quella parte che nei governi post-unitari potremmo definire di “centro”; per altri, principalmente in ragione dell’appartenenza dei suoi componenti al ceto medio-alto, era più vicino alle idee della “destra”. Ma per altri ancora, “uguaglianza dei Fratelli”, si può accostare alle posizioni ideologiche della “sinistra moderata”.

E’ anche da tenere presente una particolare caratteristica che nella massoneria dell’epoca andava sempre più radicandosi: il laicismo. Peculiarità questa che, in alcuni casi, si spinse oltre sfociando in un deciso anticlericalismo. Questa connotazione che era assente negli anni precedenti (ricordiamo che tra gli iniziati non mancarono i prelati) condizionò, almeno in quegli anni ed in quelli immediatamente successivi, la reciproca convivenza. Ma questa è un’altra storia.

Riassumendo, quindi, si può affermare che sia la Massoneria che la Carboneria, pur – come dimostrato - con iter differenti, recitarono un ruolo fondamentale nella politica dei primi governi unitari. Queste furono alla base della creazione e del successivo sviluppo delle principali componenti parlamentari che si insediarono in seguito al conseguimento dei primi modelli di “Costituzione”.

A tal proposito un aspetto è “sconcertante” della storiografia ufficiale moderna: come il contributo di idee (per non parlare di quello in vite umane) versato da queste associazioni sia assolutamente sottaciuto o nel migliore dei casi travisato.

Tra i molteplici esempi potrei citare un’opera monumentale scritta da Cesare Spellanzon sulle vicende risorgimentali, costituita da ben quattro volumi per un totale di circa 3500 pagine, dal titolo “Storia del Risorgimento e dell’Unità d’Italia” (Rizzoli, 1933) dove non si fa alcun riferimento, nel bene o nel male, alla Massoneria ed alla Carboneria. Più esattamente gli unici accenni riguardanti esclusivamente la Carboneria sono indiretti e si riferiscono alle figure di quei patrioti, definiti appunto “carbonari”, che operarono in quegli anni.

Un altro esempio riguarda il Museo Centrale del Risorgimento di Roma.  Lo spazio dedicato alle Società Segrete si esaurisce in una bacheca con due grafiche.

La prima, un disegno a matita su carta, è intitolata “Allegoria di un giuramento massonico”: da notare che i partecipanti non indossano alcun tipo di insegne – per quello che si può vedere potrebbe anche essere una riunione “di condominio”!!

La seconda, un’incisione all’acquaforte, è una caricatura. molto colorata. dal titolo “Congiurati in conciliabolo”. Anche in questo caso, fatta salva la libertà di satira, è quanto meno scorretto proporre esclusivamente questo documento, solo genericamente riferito alle Sètte Segrete, ignorando fatti e personaggi, legati a queste Società, che furono fondamentali nella storia del nostro Risorgimento.

Altro, ed ultimo, esempio è sempre riguardante il Museo romano dove, sebbene alla figura di Giuseppe Garibaldi sia dato ampio risalto, non c’è la minima traccia della sua Appartenenza ad una Famiglia massonica. Eppure le documentazioni storiche non dovrebbero mancare!

In conclusione ho la convinzione che tutti gli anni compresi tra il Risorgimento e l’Unità d’Italia siano stati fatti passare attraverso il filtro di un revisionismo storico il cui fine principale è stato quello di ignorare deliberatamente tutto quello che non era “istituzionale”. A costo di spacciare quei concetti di libertà, di fratellanza e di uguaglianza come idee sporadiche dei singoli e non come “corpus” etico-filosofico delle più importanti associazioni di uomini liberi.

Nonostante tutti questi tentativi di manipolazione della storia questa ci insegna che: la Carboneria essendo venuta meno la sua ragione di esistere si è dissolta.

La Massoneria esiste ancora!

 

 

Fonti Bibliografiche

 

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