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Gran Loggia Regolare degli Antichi, Liberi e Accettati Muratori d'Italia
Unica Obbedienza Massonica Italiana  Riconosciuta dalla Gran Loggia Unita d'Inghilterra


 



Massoneria e Psicologia Analitica

del Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d'Italia
Ill.mo e Ven.mo Fr. Fabio Venzi

Durante la crisi morale che attraversò l'Europa ai primi del "900, la rivalutazione della Teosofia e delle religioni orientali e la forte crescita della Massoneria, preannunciarono il riemergere del mito, degli archetipi e dell'inconscio collettivo.
Il mito è una realtà culturale estremamente complessa, che può essere analizzata e interpretata in prospettive molteplici e complementari.
Il dilemma che si pone a chi si avvicina per la prima al mito, è se sia meglio studiare il materiale mitologico con la consapevolezza che lo studio debba, in ultima istanza, promuovere l'accettazione della mitologia, il "bere alla sorgente" (secondo le parole di Kerènyi), oppure, essere consapevoli che lo studio debba trovare compimento nella "spiegazione" delle ragioni per cui il materiale mitologico si è plasmato in determinate forme.

Questo secondo approccio al mito, proprio di una visione prettamente razionalista, viene ironicamente criticato dai fautori dell'altra scuola di pensiero, secondo i quali "dissezionando il mito per conoscerne la funzione, credendo così di spiegarne la natura, sono ancora al di sotto degli ingenui che smontano un apparecchio radio per sapere da quale pezzo viene il suono".
Noi crediamo che non necessariamente i due approcci debbano escludersi a vicenda, poiché sia "l'accettare" che lo "spiegare" il mito, possono aiutarci a comprenderne la natura e il significato.

Prima di cominciare ad analizzare il mito nei suoi formi aspetti, ne daremo una definizione che sarà una sorta di filo rosso che ci accompagnerà in questo percorso. È la definizione di "mito" data da Mircea Eliade nel suo "Trattato di storia delle religioni": "ogni mito, indipendentemente dalla sua natura, enuncia un avvenimento che avvenne in illo tempore e per questo costituisce un precedente esemplare per tutte le azioni e "situazioni" che, in seguito, ripeteranno l'avvenimento.

Ogni rituale, ogni azione che abbia un senso, eseguiti dagli uomini, ripetono un archetipo mitico; …la ripetizione ha per conseguenza l'abolizione del tempo profano e la proiezione dell'uomo in un tempo magico-religioso che non ha nulla a che vedere con la durata propriamente detta, ma costituisce "l'eterno presente" del tempo mitico".(1)

Passando da Eliade agli studi di C.G.Jung, risulta da essi evidente come egli non cerchi di "spiegare" il mito come un aspetto più o meno patologico della vita psichica, ma dimostri come il mito, nelle innumerevoli variazioni in cui può manifestarsi presso le varie società, altro non è che l'espressione concreta e - volta a volta differente e variabile ma sostanzialmente uniforme - di una struttura intemporale dell'inconscio umano. Secondo Jung :"L'inconscio collettivo sembra consistere in immagini e motivi mitologici, e perciò i miti dei popoli sono autentici esponenti dell'inconscio collettivo. Tutta la mitologia sarebbe una specie di proiezione dell'inconscio collettivo".(2)

Se per la scuola freudiana il mito ha le sue radici profonde in un complesso dell'inconscio personale dell'uomo, per jung il mito ha la sua origine intemporale in una struttura formale dell'inconscio collettivo. Se Freud non ha ammesso mai l'esistenza di un'autonomia congenita della psiche, dell'inconscio, Jung ha riscontrato in esso, al contrario, l'esistenza di uno strato collettivo innato, provvisto di una energia autonoma rispetto all'Io.

Gli archetipi dell'inconscio collettivo tendono, nel loro sviluppo filogenetico e ontogenetico, a divenire coscienti, ad essere cioè riconosciuti ed integrati dalla coscienza in una nuova e più ampia totalità. Il dinamismo di questi archetipi è compensatorio rispetto alla coscienza; agiscono su di essa, normalmente o attraverso esasperazioni patologiche, al fine di promuovere una personalità più completa, conscia ed inconscia. Il dinamismo degli archetipi della psiche è regolato, attivato, condizionato da un archetipo centrale che predomina, nel monoteismo, la struttura mentale.
È l'archetipo del Sé o archetipo della totalità, appunto perchè mobilizzando l'inconscio alla coscienza, guida alla realizzazione di una personalità più totale.

Tale peculiarità riteniamo sia riscontrabile anche nella Massoneria, nella quale, pur non essendo una religione, si evidenzia un innegabile rapporto con il"sacro".
Nel massone l'archetipo del Sé ridiviene cosciente, appagando l'esigenza alla trascendenza dell'uomo come autorealizzazione conscia della propria totalità. Il massone ricerca al suo interno le istanze di tale archetipo per integrarle alla coscienza e con ciò dare ad esse una soluzione individuale, individuando nel Sè la componente divina della personalità, quella che nello gnosticismo e nella Cabbalà era la scintilla di luce che chiede la sua realizzazione cosciente.
Il riconoscimento dell'inconscio in Massoneria è il proseguimento, in chiave moderna, dello gnosticismo, della Cabbalà, dell'alchimia, dell'ermetismo.

La Massoneria non crea una nuova religione; è una possibilità di sperimentare la trascendenza anche per coloro che non la trovano più nei credi rivelati. L'archetipo del Sè, proiettato nei cieli, è allora rientrato nell'inconscio da cui proviene. Solo un suo divenire cosciente può restituire la fede nella trascendenza di cui tanto necessita l'uomo dei nostri tempi.(4) In questa autorealizzazione conscia della propria totalità si riscontra il progetto della Massoneria, attuato in tutte le contingenze storiche in cui si è trovata ad operare, e che continuerà ad essere proposto nel presente e nel futuro.

In precedenza abbiamo ricordato come ci sia un filo rosso che lega fenomeni come l'alchimia e la Cabbalà alla Massoneria. Quale relazione possiamo riscontrare, restando nell'ambito delle categorie della psicologia analitica, tra Massoneria e alchimia?È evidente come anche nell'alchimia vi fosse un forte bisogno di autorealizzazione della propria totalità umana proiettata inconsciamente nella materia. La pietra filosofale infatti cos'altro era se non la personalità integrata, la realizzazione del Sè? La Massoneria persegue questa esigenza di autorealizzazione non più attraverso il miraggio dell'oro alchemico, ma in un progetto filosofico all'interno del quale però, la tradizione alchemica ha lasciato tracce evidenti.
L'influenza della Cabbalà sulla Massoneria è riscontrabile invece nel suo concetto fondamentale: la necessità d'integrare la dimensione religiosa, divina, in altre parole "sacra", con quella umana, in una collaborazione tra Dio e uomo nel continuo della creazione e nel conseguente perfezionamento umano.

Ora, da tali premesse, possiamo dunque definire il "Mito" come la rappresentazione esterna dell'elaborazione di un'attività psichica profonda, che Jung definisce "inconscio collettivo", ossia l'insieme di tutte le essenziali esperienze di vita innate concepite, in questa dimensione, nella loro prospettiva impersonale, valida per tutti gli individui e in ogni tempo. Tali esperienze sono riprodotte in allegorie e simboli di natura mitologica e "sacra", che rappresentano la conoscenza fondamentale della vita e nel contempo l'a priori della conoscenza stessa, sono ciò che Jung chiamò gli archetipi, i contenuti fondamentali dell'inconscio collettivo.
Nella presenza di determinati archetipi si notano anche le differenze tra varie civiltà, le peculiarità delle varie culture e degli uomini che ne fanno parte.
Il "Mito" come svolgimento di questa o di quella immagine archetipica è il racconto in cui si autorappresenta la costituzione di una civiltà, e il suo fondamento energetico e spirituale.

Ogni esperienza personale è l'interpretazione, nel linguaggio contingente dell'epoca, delle eterne immagini archetipiche; il mito attraverso l'interpretazione personale entra nella storia. È per questo che nei rituali massonici i simboli e le allegorie, che vanno a formare il "Mito" massonico, non vanno interpretati in maniera rigida, assoluta, ma adattati al contingente. Infatti, se il perseguimento di finalità etiche è inserito in un progetto caratterizzato da una peculiare antropologia, l'antropologia massonica, è innegabile che essa trovi attuazioni diverse nei diversi periodi storici dell'umanità.
È proprio qui che si viene a cogliere il rapporto fra piano ideale e filosofico (caratterizzato principalmente dalla concezione dell'uomo) e piano concreto e storico (caratterizzato dalle sue molteplici attuazioni). La comprensione autentica della Massoneria si dà se, e solo se, si esplicitano sia il piano filosofico, sia il piano storico, sia il loro reciproco rapporto.(5)

Se in condizioni normali le immagini archetipiche, in quanto inconscio, sono proiettate all'esterno nel mito e nella religione, in presenza di crisi collettive ritornano di nuovo nell'inconscio da cui provengono creando situazioni di disordine e confusione spirituale. Tra questi archetipi Jung ha segnalato, come abbiamo visto, l'archetipo del Sé, inteso come centro della personalità conscia e inconscia, contrapposto all'Io che è il centro della coscienza. Questo archetipo chiede alla coscienza l'accettazione dell'inconscio, promuovendo la sintesi tra coscienza e inconscio nel raggiungimento di una personalità più completa. In presenza di una crisi spirituale, quando vengono a cadere i valori esterni del credo rivelato, questo archetipo ritorna nella psiche da cui proviene, ed è dentro di sé che l'uomo deve rigenerare il suo senso del sacro attraverso un'individuazione più accentuata.

Se lo scopo del massone è la realizzazione di un suo perfezionamento in un impegno trascendente innato, la dislocazione del centro psichico dall' Io, centro della coscienza, al Sé, centro della personalità conscia ed inconscia, la condicio sine qua non per tale realizzazione sarà la subordinazione dell'Io al Sé in un progetto trascendente.
Ma tale progetto deve essere improntato a una esperienza che è psicologica e religiosa (sacrale).
L'idea della trascendenza è "rappresentata in Massoneria dal Grande Architetto dell'Universo, che svolge la precisa funzione di garantire l'oggettività dei valori condivisi soggettivamente, da cui discende la stessa idea di perfezionamento etico dell'uomo. Il perseguimento di finalità etiche avviene secondo modalità iniziatiche, ossia sulla base di Rituali e simboli che conferiscono alla Massoneria le caratteristiche tipiche di una società iniziatica".(6)

Possiamo quindi definire la Massoneria come "una concezione dell'uomo che richiede il perseguimento di finalità etiche orientate alla trascendenza secondo modalità iniziatiche", in un'ottica filosofica che parte dalla definizione comune di Massoneria come "sistema particolare di morale, velato con allegorie e illustrato da simboli".
Nella ricerca del perfezionamento nel massone è quindi ricontrabile quello che Jung definisce "processo di individuazione", vale a dire la realizzazione conscia dell'anelito alla nostra completezza e, in questo, della nostra peculiarità, del nostro essere diversi. L'attivazione del Sé genera quasi sempre un'esperienza religiosa (o sacrale), e in questa sinergia di aspetti, consci e inconsci, si determina un ampliamento della personalità.
Ci sembra di poter dire che l'importanza di Jung vada cercata in questa equivalenza tra l'aspirazione all'autorealizzazione conscia della propria personalità e la religiosità (o ricerca di sacralità). La strada che porta alla realizzazione della propria particolarità fa parte di un più ampio progetto trascendente.

Torniamo quindi al "Mito" e vediamolo in una prospettiva elitaria. Jung, definisce l'inconscio collettivo come:"Una parte della psiche che si può distinguere in negativo dall'inconscio personale per il fatto che non deve, come questo, la sua esistenza all'esperienza personale e perciò non è un'acquisizione personale. Mentre l'inconscio personale è formato essenzialmente da contenuti che sono stati un tempo consci, ma sono poi scomparsi dalla coscienza perchè dimenticati o rimossi, i contenuti dell'inconscio collettivo non sono mai stati nella coscienza e perciò non sono mai stati acquisiti individualmente, ma devono la loro esistenza esclusivamente all'eredità. L'inconscio personale consiste soprattutto di complessi, il contenuto dell'inconscio collettivo, invece, è formato essenzialmente da archetipi".(7)

L"archetipo" indicherebbe quindi l'esistenza nella psiche di forme determinate che sembrano essere presenti sempre e dovunque, cioè "forme preesistenti". Jung chiarisce meglio il concetto:"La mia tesi, dunque, è la seguente : oltre alla nostra conoscenza immediata, che è di natura del tutto personale e che riteniamo essere l'unica psiche solo empirica (anche se vi aggiungiamo l'inconscio personale come appendice), esiste un secondo sistema psichico di natura collettiva, universale e impersonale, che è identico in tutti gli individui.
Questo inconscio collettivo non si sviluppa individualmente, ma è ereditato. Esso consiste di forme preesistenti, gli archetipi, che possono diventare consci solo in un secondo momento e danno una forma determinata a certi contenuti psichici".(8)
Ma se l'archetipo si limita a designare i contenuti psichici non ancora sottoposti ad elaborazione cosciente e, quindi, rappresentanti un dato psichico ancora immediato evidenziando così un contenuto dell'inconscio che si è evoluto attraverso una presa di coscienza, esso, per il fatto di essere stato percepito, evidenza anche una consapevolezza nell'individuo che lo riporta alla luce.
È appunto in questa fase di presa di coscienza e di consapevolezza che si evidenzia come siano delle elite a sfruttare la loro propensione al rapporto con il mito e con tutta la simbologia che questo accompagna.

Mito e simbolo, quindi, quali componenti fondamentali dell'archetipo, vengono considerati dalla scuola junghina, come categorie primarie ed esemplari, preesistenti alla storia dell'uomo eppure impresse nelle insondabili profondità della mente umana, destinati ad affiorare nella coscienza di pochi individui, a prendere forma e sostanza nella mente dell'uomo "consapevole".
Dell'opinione che siano tendenzialmente delle elite ad avere un accesso privilegiato al mito, è anche Mircea Eliade il quale sostiene : "Nelle società arcaiche, la recitazione di tradizioni mitologiche resta la prerogativa di pochi individui. In certe società i recitatori sono fra gli sciamani i medicine-men, oppure fra i membri delle confraternite segrete…appare da ciò che il ruolo delle personalità creatrici ha dovuto essere più grande di quello che si suppone".
Eliade conclude:"in una parola, le esperienze religiose privilegiate, quando sono comunicate per mezzo di uno scenario fantastico impressionante, riescono a imporre a tutta la comunità modelli o fonti di ispirazione".(10)
Il mito e il simbolo, quindi, appartengono alla generalità degli individui ma soltanto alcuni di essi sono in grado di acquisirne la piena consapevolezza.

Dopo le definizioni di Eliade e Jung, consideriamo ora l'interpretazione del "Mito" secondo la versione antropologica di B.Malinowski, nell'ambito della così detta "mitologia vissuta".
Secondo Malinowski, : "il "Mito", in una società primitiva, vale a dire nella sua originale forma viva, non è semplicemente la narrazione di un racconto, bensi' una realtà vissuta. Esso non è di quel genere di avvenimenti inventati che noi ritroviamo nei nostri romanzi, bensì una viva realtà che si crede sia accaduta nei tempi primordiali e da allora continui ad affluire incessantemente sul mondo e sul destino degli uomini… Tali racconti non si mantengono in vita per qualche vana curiosità; essi non sono considerati come storie inventate, nè però come storie vere. Essi sono invece per gli indigeni manifestazioni di una realtà superiore e di piu alt importanza, la quale determina la vita, il destino e le attività attuali dell'umanità, mentre gli uomini traggono da essi sia i motivi per gli atti rituali e morali, sia le avvertenze su come mettere questi in pratica".(11)

Nella Massoneria possiamo riscontrare la peculiarità del "Mito vissuto", nella "Leggenda di Hiram". Hiram era il costruttore del tempio di re Salomone, proditoriamente ucciso da tre suoi compagni che volevano carpirgli il segreto dell'arte dei costruttori e che ne fecero sparire il cadavere.
Ogni massone ammesso alla cerimonia del Terzo Grado, viene identificato con Hiram che muore e risorge e, con questo risorgere, assurge alla dignità di Maestro Muratore. Nel rituale, che espleta tale rinascita, è evidente come la ripetizione della morte di Hiram sia "realmente" vissuta dal massone aspirante al grado di Maestro Muratore.
Una società realmente tradizionale come la Massoneria si riconosce in virtù della sua struttura mitica, perennemente ritualizzata attraverso il rituale e i misteri che esso contiene; questa fedeltà dei Liberimuratori al verbo extra-temporale è garantita dal suo "Mito" centrale:la "Parola" di Hiram, che rinasce in ogni nuovo maestro.

Nella concezione del "Mito" di Malinowski, il rito è la "resurrezione narrativa" di una realtà primordiale, e con ciò solo esso è in grado di assicurare effettivamente una rigenerazione morale e spirituale. Ma si evidenzia anche una negazione del carattere essenzialmente simbolico del "Mito" (cioè simboleggiante qualcosa di diverso da se stesso), constatando che: "Il "Mito" per il suo portatore esprime in maniera primaria e diretta proprio ciò che in esso viene raccontato: un fatto dei tempi primordiali".
A tal proposito, il Kerényi obietta: "Che tal fatto, a sua volta, esprima ancora qualcosa: qualcosa di più universale, qualcosa del mondo reale, una realtà che in esso si manifesta in forma mitologica il Malinowski non lo prende in considerazione".(12)
L'opera di mitologo del Kerényi consisterà nella ricerca dell'approccio a questo "qualcosa di più universale" , e lo porterà a quella che riteniamo la più organica delle interpretazioni del "Mito".
Questa interpretazione evidenzierà come, il "Mito", concepito e strumentalizzato per scopi politici altro non è che una sua degenerazione, o meglio, niente altro che pseudo-mito.
Secondo Kerényi, bisogna distinguere infatti tra una "Mitologia Genuina", ossia spontanea e disinteressata elaborazione di contenuti affiorati spontaneamente dalla psiche, e una "Mitologia Tecnicizzata", evocazione ed elaborazione interessata di materiali che possono servire ad un determinato scopo.(13)

La distinzione posta da Kerényi tra epifanie genuine del "Mito" e tecnicizzazioni del "Mito" stesso (pseudo-epifanie), consente di cogliere la più importante distinzione tra queste due manifestazioni del "Mito". Nel Fascismo infatti, Kerényi ha individuato un'evidente tecnicizzazione del "Mito", negando l'esistenza di una sostanza extra-umana che si appalesa entro l'uomo ed entro la storia e sostenendo, al contrario, che la mitologia è semplicemente un modo dell'esistere umano.

Nella tecnicizzazione del "Mito" Kerényi percepisce il presupposto dottrinale per un uso sociale e politico del "Mito", mirante a bloccare e soggiogare l'uomo dinanzi a forze extra-umane incombenti (di fatto dinanzi ai manipolatori), dunque mirante, per precisi interessi, all'esatto opposto di un "ampliamento della coscienza", presupposto fondamentale della Massoneria.
Infatti, l'approccio massonico con il "Mito" si pone in una situazione spazio-temporale sostanzialmente diversa e ha presupposti e scopi diametralmente opposti. Lo spazio è infatti interpretato come "sacro", e per fare questo il tempo profano deve essere necessariamente abolito. Come ricorda Eliade:"Al desiderio di trovarsi perpetuamente e spontaneamente in uno spazio sacro, corrisponde il desiderio di vivere in perpetuo, grazie alla ripetizione dei gesti archetipali, nell'eternità. La ripetizione degli archetipi manifesta il desiderio paradossale di conseguire una forma ideale (l'archetipo)entro le condizioni stesse dell'esistenza umana, di stare nella durata senza portarne il peso, cioè senza subirne la reversibilità".(14)

Del "Mito" si sono occupati anche altri autorevoli studiosi come Ernst Cassirer e Walter Otto.
Cassirer ha visto nel "Mito"nient'altro che una maniera di pensare, asserendo: "Nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale, abbiamo assistito ad un cambiamento radicale delle forme del pensiero politico. Forse il tratto più allarmante e più importante di questo sviluppo del pensiero politico moderno è l'apparizione di un nuovo potere: il Potere Mitico".
Walter Otto, al contrario afferma: "Il "Mito" non è né una maniera di pensare né una rappresentazione e nemmeno il prodotto di una immaginazione brillante e profonda quanto la rivelazione stessa dell'essere; il che equivale a dire che il "Mito" afferma l'uomo nella sua completezza e configura il suo atteggiamento nell'esistenza".(15)
Concepire il "Mito" come modo di pensare significa, tuttavia, che ci siamo allontanati da esso al punto da non essere più capaci di contemplarlo quale si offre alla nostra vista. Al termine di questo excursus nel Mito, possiamo notare come venga a cadere la tesi che, nella contrapposizione di "Mito" e "Democrazia", vede una di quelle autoevidenze che si impongono senza bisogno di dimostrazione.
Il presupposto da cui questa tesi si origina è quella del nesso organico tra "Mito" e "Totalitarismo": la democrazia è per sua natura, opposta alla politica del mito perchè questa è propria dei regimi totalitari e, in maniera corrispondente, i regimi totalitari fanno uso del mito politico proprio per abbattere la democrazia e impedirne il ritorno.(16)

Da tale tesi si potrebbe concludere che nei sistemi totalitari, gli archetipi, preesistendo nella memoria collettiva a livello inconscio, predispongono le masse inconsapevoli, ma portatrici degli stessi modelli originari, ad una accettazione delle direttive strumentalmente emanate dalle elite. I simboli e i modelli, da queste esemplarmente proposti alle masse, trarrebbero la propria capacità persuasiva dalla memoria ancestrale e dalla potenza liberatrice del mito e di ciò che lo rappresenta. L'osservanza della norma diventerebbe così una esigenza dello spirito, una prospettiva di liberazione. L'adesione alla legge, espressione del potere, diventa totale perchè garanzia di potenza e d realizzazione del Sé.
Ma se, come abbiamo appurato, quello utilizzato dai totalitarismi no è altro che pseudo-mito e se l'emancipazione dell'individuo, attraverso il richiamo ad una visione autenticamente mitica dell'esistenza, non può che scontrarsi con la politica di massa e la omogeneizzazione delle coscienze, allora, l'assioma "Mito" uguale "Totalitarismo", non può che ribaltarsi nel principio che vede in ogni forma totalitaria la negazione del "Mito" stesso.

Il "Mito", quindi, nella sua versione "genuina", non può che disvelare l'uomo a se stesso lungo un percorso di progressiva conquista dell'autenticità e di quella dimensione sacrale dell'essere umano che è baluardo di libertà.

Note:

1) M. Eliade, "Trattato di Storia delle Religioni", Torino, 1986, pag. 446
2) C.g. Jung, "Gli Archetipi dell'Inconscio Collettivo", Bollati Boringhieri, 1977, pag. 11
3) G. Tedeschi, "L'Ebraismo e la Psicologia Analitica", Giuntina, 2000, pag. 12
4) G. Tedeschi, ibidem, pag. 16
5) G. Di Bernardo, "Filosofia della Massoneria", Marsilio, 1987, pag. 7
6) G. Di Bernardo, ibidem, pag. 5-6
7) C. G. Jung, ibidem, pag. 69
8) C. G. Jung, ibidem, pag. 70
9) M. Eliade, "Mito e Realta", Borla, 1988, pag. 179-180
10) M. Eliade, ibidem
11) K. Kere'nyi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Bollati Boringhieri, 1994, pag. 19
12) K. Kere'nyi, ibidem, pag. 19-20
13) F. Jesi, Mito, Mondadori, 1989, pag. 80
14) M. Eliade, "Trattato di Storia delle Religioni", Bollati Boringhieri,1996, pag. 422 
15) W. F. Otto, Essays sur le Mythe, p. 34
16) R. Esposito, Micromega, 1/92, p. 203