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Durante la crisi morale
che attraversò l'Europa ai primi del "900, la rivalutazione
della Teosofia e delle religioni orientali e la forte crescita
della Massoneria, preannunciarono il riemergere del mito, degli
archetipi e dell'inconscio collettivo.
Il mito è una realtà culturale estremamente complessa,
che può essere analizzata e interpretata in prospettive
molteplici e complementari.
Il dilemma che si pone a chi si avvicina per la prima al mito,
è se sia meglio studiare il materiale mitologico con la
consapevolezza che lo studio debba, in ultima istanza, promuovere
l'accettazione della mitologia, il "bere alla sorgente"
(secondo le parole di Kerènyi), oppure, essere consapevoli
che lo studio debba trovare compimento nella "spiegazione"
delle ragioni per cui il materiale mitologico si è plasmato
in determinate forme.
Questo secondo approccio al mito, proprio di una visione prettamente
razionalista, viene ironicamente criticato dai fautori dell'altra
scuola di pensiero, secondo i quali "dissezionando il mito
per conoscerne la funzione, credendo così di spiegarne
la natura, sono ancora al di sotto degli ingenui che smontano
un apparecchio radio per sapere da quale pezzo viene il suono".
Noi crediamo che non necessariamente i due approcci debbano escludersi
a vicenda, poiché sia "l'accettare" che lo "spiegare"
il mito, possono aiutarci a comprenderne la natura e il significato.
Prima di cominciare ad analizzare il mito nei suoi formi aspetti,
ne daremo una definizione che sarà una sorta di filo rosso
che ci accompagnerà in questo percorso. È la definizione
di "mito" data da Mircea Eliade nel suo "Trattato
di storia delle religioni": "ogni mito, indipendentemente
dalla sua natura, enuncia un avvenimento che avvenne in illo tempore
e per questo costituisce un precedente esemplare per tutte le
azioni e "situazioni" che, in seguito, ripeteranno l'avvenimento.
Ogni rituale, ogni azione che abbia un senso, eseguiti dagli
uomini, ripetono un archetipo mitico;
la ripetizione ha
per conseguenza l'abolizione del tempo profano e la proiezione
dell'uomo in un tempo magico-religioso che non ha nulla a che
vedere con la durata propriamente detta, ma costituisce "l'eterno
presente" del tempo mitico".(1)
Passando da Eliade agli studi di C.G.Jung, risulta da essi evidente
come egli non cerchi di "spiegare" il mito come un aspetto
più o meno patologico della vita psichica, ma dimostri
come il mito, nelle innumerevoli variazioni in cui può
manifestarsi presso le varie società, altro non è
che l'espressione concreta e - volta a volta differente e variabile
ma sostanzialmente uniforme - di una struttura intemporale dell'inconscio
umano. Secondo Jung :"L'inconscio collettivo sembra consistere
in immagini e motivi mitologici, e perciò i miti dei popoli
sono autentici esponenti dell'inconscio collettivo. Tutta la mitologia
sarebbe una specie di proiezione dell'inconscio collettivo".(2)
Se per la scuola freudiana il mito ha le sue radici profonde
in un complesso dell'inconscio personale dell'uomo, per jung il
mito ha la sua origine intemporale in una struttura formale dell'inconscio
collettivo. Se Freud non ha ammesso mai l'esistenza di un'autonomia
congenita della psiche, dell'inconscio, Jung ha riscontrato in
esso, al contrario, l'esistenza di uno strato collettivo innato,
provvisto di una energia autonoma rispetto all'Io.
Gli archetipi dell'inconscio collettivo tendono, nel loro sviluppo
filogenetico e ontogenetico, a divenire coscienti, ad essere cioè
riconosciuti ed integrati dalla coscienza in una nuova e più
ampia totalità. Il dinamismo di questi archetipi è
compensatorio rispetto alla coscienza; agiscono su di essa, normalmente
o attraverso esasperazioni patologiche, al fine di promuovere
una personalità più completa, conscia ed inconscia.
Il dinamismo degli archetipi della psiche è regolato, attivato,
condizionato da un archetipo centrale che predomina, nel monoteismo,
la struttura mentale.
È l'archetipo del Sé o archetipo della totalità,
appunto perchè mobilizzando l'inconscio alla coscienza,
guida alla realizzazione di una personalità più
totale.
Tale peculiarità riteniamo sia riscontrabile anche nella
Massoneria, nella quale, pur non essendo una religione, si evidenzia
un innegabile rapporto con il"sacro".
Nel massone l'archetipo del Sé ridiviene cosciente, appagando
l'esigenza alla trascendenza dell'uomo come autorealizzazione
conscia della propria totalità. Il massone ricerca al suo
interno le istanze di tale archetipo per integrarle alla coscienza
e con ciò dare ad esse una soluzione individuale, individuando
nel Sè la componente divina della personalità, quella
che nello gnosticismo e nella Cabbalà era la scintilla
di luce che chiede la sua realizzazione cosciente.
Il riconoscimento dell'inconscio in Massoneria è il proseguimento,
in chiave moderna, dello gnosticismo, della Cabbalà, dell'alchimia,
dell'ermetismo.
La Massoneria non crea una nuova religione; è una possibilità
di sperimentare la trascendenza anche per coloro che non la trovano
più nei credi rivelati. L'archetipo del Sè, proiettato
nei cieli, è allora rientrato nell'inconscio da cui proviene.
Solo un suo divenire cosciente può restituire la fede nella
trascendenza di cui tanto necessita l'uomo dei nostri tempi.(4)
In questa autorealizzazione conscia della propria totalità
si riscontra il progetto della Massoneria, attuato in tutte le
contingenze storiche in cui si è trovata ad operare, e
che continuerà ad essere proposto nel presente e nel futuro.
In precedenza abbiamo ricordato come ci sia un filo rosso che
lega fenomeni come l'alchimia e la Cabbalà alla Massoneria.
Quale relazione possiamo riscontrare, restando nell'ambito delle
categorie della psicologia analitica, tra Massoneria e alchimia?È
evidente come anche nell'alchimia vi fosse un forte bisogno di
autorealizzazione della propria totalità umana proiettata
inconsciamente nella materia. La pietra filosofale infatti cos'altro
era se non la personalità integrata, la realizzazione del
Sè? La Massoneria persegue questa esigenza di autorealizzazione
non più attraverso il miraggio dell'oro alchemico, ma in
un progetto filosofico all'interno del quale però, la tradizione
alchemica ha lasciato tracce evidenti.
L'influenza della Cabbalà sulla Massoneria è riscontrabile
invece nel suo concetto fondamentale: la necessità d'integrare
la dimensione religiosa, divina, in altre parole "sacra",
con quella umana, in una collaborazione tra Dio e uomo nel continuo
della creazione e nel conseguente perfezionamento umano.
Ora, da tali premesse, possiamo dunque definire il "Mito"
come la rappresentazione esterna dell'elaborazione di un'attività
psichica profonda, che Jung definisce "inconscio collettivo",
ossia l'insieme di tutte le essenziali esperienze di vita innate
concepite, in questa dimensione, nella loro prospettiva impersonale,
valida per tutti gli individui e in ogni tempo. Tali esperienze
sono riprodotte in allegorie e simboli di natura mitologica e
"sacra", che rappresentano la conoscenza fondamentale
della vita e nel contempo l'a priori della conoscenza stessa,
sono ciò che Jung chiamò gli archetipi, i contenuti
fondamentali dell'inconscio collettivo.
Nella presenza di determinati archetipi si notano anche le differenze
tra varie civiltà, le peculiarità delle varie culture
e degli uomini che ne fanno parte.
Il "Mito" come svolgimento di questa o di quella immagine
archetipica è il racconto in cui si autorappresenta la
costituzione di una civiltà, e il suo fondamento energetico
e spirituale.
Ogni esperienza personale è l'interpretazione, nel linguaggio
contingente dell'epoca, delle eterne immagini archetipiche; il
mito attraverso l'interpretazione personale entra nella storia.
È per questo che nei rituali massonici i simboli e le allegorie,
che vanno a formare il "Mito" massonico, non vanno interpretati
in maniera rigida, assoluta, ma adattati al contingente. Infatti,
se il perseguimento di finalità etiche è inserito
in un progetto caratterizzato da una peculiare antropologia, l'antropologia
massonica, è innegabile che essa trovi attuazioni diverse
nei diversi periodi storici dell'umanità.
È proprio qui che si viene a cogliere il rapporto fra piano
ideale e filosofico (caratterizzato principalmente dalla concezione
dell'uomo) e piano concreto e storico (caratterizzato dalle sue
molteplici attuazioni). La comprensione autentica della Massoneria
si dà se, e solo se, si esplicitano sia il piano filosofico,
sia il piano storico, sia il loro reciproco rapporto.(5)
Se in condizioni normali le immagini archetipiche, in quanto
inconscio, sono proiettate all'esterno nel mito e nella religione,
in presenza di crisi collettive ritornano di nuovo nell'inconscio
da cui provengono creando situazioni di disordine e confusione
spirituale. Tra questi archetipi Jung ha segnalato, come abbiamo
visto, l'archetipo del Sé, inteso come centro della personalità
conscia e inconscia, contrapposto all'Io che è il centro
della coscienza. Questo archetipo chiede alla coscienza l'accettazione
dell'inconscio, promuovendo la sintesi tra coscienza e inconscio
nel raggiungimento di una personalità più completa.
In presenza di una crisi spirituale, quando vengono a cadere i
valori esterni del credo rivelato, questo archetipo ritorna nella
psiche da cui proviene, ed è dentro di sé che l'uomo
deve rigenerare il suo senso del sacro attraverso un'individuazione
più accentuata.
Se lo scopo del massone è la realizzazione di un suo perfezionamento
in un impegno trascendente innato, la dislocazione del centro
psichico dall' Io, centro della coscienza, al Sé, centro
della personalità conscia ed inconscia, la condicio sine
qua non per tale realizzazione sarà la subordinazione dell'Io
al Sé in un progetto trascendente.
Ma tale progetto deve essere improntato a una esperienza che è
psicologica e religiosa (sacrale).
L'idea della trascendenza è "rappresentata in Massoneria
dal Grande Architetto dell'Universo, che svolge la precisa funzione
di garantire l'oggettività dei valori condivisi soggettivamente,
da cui discende la stessa idea di perfezionamento etico dell'uomo.
Il perseguimento di finalità etiche avviene secondo modalità
iniziatiche, ossia sulla base di Rituali e simboli che conferiscono
alla Massoneria le caratteristiche tipiche di una società
iniziatica".(6)
Possiamo quindi definire la Massoneria come "una concezione
dell'uomo che richiede il perseguimento di finalità etiche
orientate alla trascendenza secondo modalità iniziatiche",
in un'ottica filosofica che parte dalla definizione comune di
Massoneria come "sistema particolare di morale, velato con
allegorie e illustrato da simboli".
Nella ricerca del perfezionamento nel massone è quindi
ricontrabile quello che Jung definisce "processo di individuazione",
vale a dire la realizzazione conscia dell'anelito alla nostra
completezza e, in questo, della nostra peculiarità, del
nostro essere diversi. L'attivazione del Sé genera quasi
sempre un'esperienza religiosa (o sacrale), e in questa sinergia
di aspetti, consci e inconsci, si determina un ampliamento della
personalità.
Ci sembra di poter dire che l'importanza di Jung vada cercata
in questa equivalenza tra l'aspirazione all'autorealizzazione
conscia della propria personalità e la religiosità
(o ricerca di sacralità). La strada che porta alla realizzazione
della propria particolarità fa parte di un più ampio
progetto trascendente.
Torniamo quindi al "Mito" e vediamolo in una prospettiva
elitaria. Jung, definisce l'inconscio collettivo come:"Una
parte della psiche che si può distinguere in negativo dall'inconscio
personale per il fatto che non deve, come questo, la sua esistenza
all'esperienza personale e perciò non è un'acquisizione
personale. Mentre l'inconscio personale è formato essenzialmente
da contenuti che sono stati un tempo consci, ma sono poi scomparsi
dalla coscienza perchè dimenticati o rimossi, i contenuti
dell'inconscio collettivo non sono mai stati nella coscienza e
perciò non sono mai stati acquisiti individualmente, ma
devono la loro esistenza esclusivamente all'eredità. L'inconscio
personale consiste soprattutto di complessi, il contenuto dell'inconscio
collettivo, invece, è formato essenzialmente da archetipi".(7)
L"archetipo" indicherebbe quindi l'esistenza nella
psiche di forme determinate che sembrano essere presenti sempre
e dovunque, cioè "forme preesistenti". Jung chiarisce
meglio il concetto:"La mia tesi, dunque, è la seguente
: oltre alla nostra conoscenza immediata, che è di natura
del tutto personale e che riteniamo essere l'unica psiche solo
empirica (anche se vi aggiungiamo l'inconscio personale come appendice),
esiste un secondo sistema psichico di natura collettiva, universale
e impersonale, che è identico in tutti gli individui.
Questo inconscio collettivo non si sviluppa individualmente, ma
è ereditato. Esso consiste di forme preesistenti, gli archetipi,
che possono diventare consci solo in un secondo momento e danno
una forma determinata a certi contenuti psichici".(8)
Ma se l'archetipo si limita a designare i contenuti psichici non
ancora sottoposti ad elaborazione cosciente e, quindi, rappresentanti
un dato psichico ancora immediato evidenziando così un
contenuto dell'inconscio che si è evoluto attraverso una
presa di coscienza, esso, per il fatto di essere stato percepito,
evidenza anche una consapevolezza nell'individuo che lo riporta
alla luce.
È appunto in questa fase di presa di coscienza e di consapevolezza
che si evidenzia come siano delle elite a sfruttare la loro propensione
al rapporto con il mito e con tutta la simbologia che questo accompagna.
Mito e simbolo, quindi, quali componenti fondamentali dell'archetipo,
vengono considerati dalla scuola junghina, come categorie primarie
ed esemplari, preesistenti alla storia dell'uomo eppure impresse
nelle insondabili profondità della mente umana, destinati
ad affiorare nella coscienza di pochi individui, a prendere forma
e sostanza nella mente dell'uomo "consapevole".
Dell'opinione che siano tendenzialmente delle elite ad avere un
accesso privilegiato al mito, è anche Mircea Eliade il
quale sostiene : "Nelle società arcaiche, la recitazione
di tradizioni mitologiche resta la prerogativa di pochi individui.
In certe società i recitatori sono fra gli sciamani i medicine-men,
oppure fra i membri delle confraternite segrete
appare da
ciò che il ruolo delle personalità creatrici ha
dovuto essere più grande di quello che si suppone".
Eliade conclude:"in una parola, le esperienze religiose privilegiate,
quando sono comunicate per mezzo di uno scenario fantastico impressionante,
riescono a imporre a tutta la comunità modelli o fonti
di ispirazione".(10)
Il mito e il simbolo, quindi, appartengono alla generalità
degli individui ma soltanto alcuni di essi sono in grado di acquisirne
la piena consapevolezza.
Dopo le definizioni di Eliade e Jung, consideriamo ora l'interpretazione
del "Mito" secondo la versione antropologica di B.Malinowski,
nell'ambito della così detta "mitologia vissuta".
Secondo Malinowski, : "il "Mito", in una società
primitiva, vale a dire nella sua originale forma viva, non è
semplicemente la narrazione di un racconto, bensi' una realtà
vissuta. Esso non è di quel genere di avvenimenti inventati
che noi ritroviamo nei nostri romanzi, bensì una viva realtà
che si crede sia accaduta nei tempi primordiali e da allora continui
ad affluire incessantemente sul mondo e sul destino degli uomini
Tali racconti non si mantengono in vita per qualche vana curiosità;
essi non sono considerati come storie inventate, nè però
come storie vere. Essi sono invece per gli indigeni manifestazioni
di una realtà superiore e di piu alt importanza, la quale
determina la vita, il destino e le attività attuali dell'umanità,
mentre gli uomini traggono da essi sia i motivi per gli atti rituali
e morali, sia le avvertenze su come mettere questi in pratica".(11)
Nella Massoneria possiamo riscontrare la peculiarità del
"Mito vissuto", nella "Leggenda di Hiram".
Hiram era il costruttore del tempio di re Salomone, proditoriamente
ucciso da tre suoi compagni che volevano carpirgli il segreto
dell'arte dei costruttori e che ne fecero sparire il cadavere.
Ogni massone ammesso alla cerimonia del Terzo Grado, viene identificato
con Hiram che muore e risorge e, con questo risorgere, assurge
alla dignità di Maestro Muratore. Nel rituale, che espleta
tale rinascita, è evidente come la ripetizione della morte
di Hiram sia "realmente" vissuta dal massone aspirante
al grado di Maestro Muratore.
Una società realmente tradizionale come la Massoneria si
riconosce in virtù della sua struttura mitica, perennemente
ritualizzata attraverso il rituale e i misteri che esso contiene;
questa fedeltà dei Liberimuratori al verbo extra-temporale
è garantita dal suo "Mito" centrale:la "Parola"
di Hiram, che rinasce in ogni nuovo maestro.
Nella concezione del "Mito" di Malinowski, il rito
è la "resurrezione narrativa" di una realtà
primordiale, e con ciò solo esso è in grado di assicurare
effettivamente una rigenerazione morale e spirituale. Ma si evidenzia
anche una negazione del carattere essenzialmente simbolico del
"Mito" (cioè simboleggiante qualcosa di diverso
da se stesso), constatando che: "Il "Mito" per
il suo portatore esprime in maniera primaria e diretta proprio
ciò che in esso viene raccontato: un fatto dei tempi primordiali".
A tal proposito, il Kerényi obietta: "Che tal fatto,
a sua volta, esprima ancora qualcosa: qualcosa di più universale,
qualcosa del mondo reale, una realtà che in esso si manifesta
in forma mitologica il Malinowski non lo prende in considerazione".(12)
L'opera di mitologo del Kerényi consisterà nella
ricerca dell'approccio a questo "qualcosa di più universale"
, e lo porterà a quella che riteniamo la più organica
delle interpretazioni del "Mito".
Questa interpretazione evidenzierà come, il "Mito",
concepito e strumentalizzato per scopi politici altro non è
che una sua degenerazione, o meglio, niente altro che pseudo-mito.
Secondo Kerényi, bisogna distinguere infatti tra una "Mitologia
Genuina", ossia spontanea e disinteressata elaborazione di
contenuti affiorati spontaneamente dalla psiche, e una "Mitologia
Tecnicizzata", evocazione ed elaborazione interessata di
materiali che possono servire ad un determinato scopo.(13)
La distinzione posta da Kerényi tra epifanie genuine del
"Mito" e tecnicizzazioni del "Mito" stesso
(pseudo-epifanie), consente di cogliere la più importante
distinzione tra queste due manifestazioni del "Mito".
Nel Fascismo infatti, Kerényi ha individuato un'evidente
tecnicizzazione del "Mito", negando l'esistenza di una
sostanza extra-umana che si appalesa entro l'uomo ed entro la
storia e sostenendo, al contrario, che la mitologia è semplicemente
un modo dell'esistere umano.
Nella tecnicizzazione del "Mito" Kerényi percepisce
il presupposto dottrinale per un uso sociale e politico del "Mito",
mirante a bloccare e soggiogare l'uomo dinanzi a forze extra-umane
incombenti (di fatto dinanzi ai manipolatori), dunque mirante,
per precisi interessi, all'esatto opposto di un "ampliamento
della coscienza", presupposto fondamentale della Massoneria.
Infatti, l'approccio massonico con il "Mito" si pone
in una situazione spazio-temporale sostanzialmente diversa e ha
presupposti e scopi diametralmente opposti. Lo spazio è
infatti interpretato come "sacro", e per fare questo
il tempo profano deve essere necessariamente abolito. Come ricorda
Eliade:"Al desiderio di trovarsi perpetuamente e spontaneamente
in uno spazio sacro, corrisponde il desiderio di vivere in perpetuo,
grazie alla ripetizione dei gesti archetipali, nell'eternità.
La ripetizione degli archetipi manifesta il desiderio paradossale
di conseguire una forma ideale (l'archetipo)entro le condizioni
stesse dell'esistenza umana, di stare nella durata senza portarne
il peso, cioè senza subirne la reversibilità".(14)
Del "Mito" si sono occupati anche altri autorevoli
studiosi come Ernst Cassirer e Walter Otto.
Cassirer ha visto nel "Mito"nient'altro che una maniera
di pensare, asserendo: "Nel periodo tra la prima e la seconda
guerra mondiale, abbiamo assistito ad un cambiamento radicale
delle forme del pensiero politico. Forse il tratto più
allarmante e più importante di questo sviluppo del pensiero
politico moderno è l'apparizione di un nuovo potere: il
Potere Mitico".
Walter Otto, al contrario afferma: "Il "Mito" non
è né una maniera di pensare né una rappresentazione
e nemmeno il prodotto di una immaginazione brillante e profonda
quanto la rivelazione stessa dell'essere; il che equivale a dire
che il "Mito" afferma l'uomo nella sua completezza e
configura il suo atteggiamento nell'esistenza".(15)
Concepire il "Mito" come modo di pensare significa,
tuttavia, che ci siamo allontanati da esso al punto da non essere
più capaci di contemplarlo quale si offre alla nostra vista.
Al termine di questo excursus nel Mito, possiamo notare come venga
a cadere la tesi che, nella contrapposizione di "Mito"
e "Democrazia", vede una di quelle autoevidenze che
si impongono senza bisogno di dimostrazione.
Il presupposto da cui questa tesi si origina è quella del
nesso organico tra "Mito" e "Totalitarismo":
la democrazia è per sua natura, opposta alla politica del
mito perchè questa è propria dei regimi totalitari
e, in maniera corrispondente, i regimi totalitari fanno uso del
mito politico proprio per abbattere la democrazia e impedirne
il ritorno.(16)
Da tale tesi si potrebbe concludere che nei sistemi totalitari,
gli archetipi, preesistendo nella memoria collettiva a livello
inconscio, predispongono le masse inconsapevoli, ma portatrici
degli stessi modelli originari, ad una accettazione delle direttive
strumentalmente emanate dalle elite. I simboli e i modelli, da
queste esemplarmente proposti alle masse, trarrebbero la propria
capacità persuasiva dalla memoria ancestrale e dalla potenza
liberatrice del mito e di ciò che lo rappresenta. L'osservanza
della norma diventerebbe così una esigenza dello spirito,
una prospettiva di liberazione. L'adesione alla legge, espressione
del potere, diventa totale perchè garanzia di potenza e
d realizzazione del Sé.
Ma se, come abbiamo appurato, quello utilizzato dai totalitarismi
no è altro che pseudo-mito e se l'emancipazione dell'individuo,
attraverso il richiamo ad una visione autenticamente mitica dell'esistenza,
non può che scontrarsi con la politica di massa e la omogeneizzazione
delle coscienze, allora, l'assioma "Mito" uguale "Totalitarismo",
non può che ribaltarsi nel principio che vede in ogni forma
totalitaria la negazione del "Mito" stesso.
Il "Mito", quindi, nella sua versione "genuina",
non può che disvelare l'uomo a se stesso lungo un percorso
di progressiva conquista dell'autenticità e di quella dimensione
sacrale dell'essere umano che è baluardo di libertà.
Note:
1) M. Eliade, "Trattato di Storia delle Religioni", Torino, 1986,
pag. 446
2) C.g. Jung, "Gli Archetipi dell'Inconscio Collettivo", Bollati
Boringhieri, 1977, pag. 11
3) G. Tedeschi, "L'Ebraismo e la Psicologia Analitica", Giuntina,
2000, pag. 12
4) G. Tedeschi, ibidem, pag. 16
5) G. Di Bernardo, "Filosofia della Massoneria", Marsilio, 1987,
pag. 7
6) G. Di Bernardo, ibidem, pag. 5-6
7) C. G. Jung, ibidem, pag. 69
8) C. G. Jung, ibidem, pag. 70
9) M. Eliade, "Mito e Realta", Borla, 1988, pag. 179-180
10) M. Eliade, ibidem
11) K. Kere'nyi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia,
Bollati Boringhieri, 1994, pag. 19
12) K. Kere'nyi, ibidem, pag. 19-20
13) F. Jesi, Mito, Mondadori, 1989, pag. 80
14) M. Eliade, "Trattato di Storia delle Religioni", Bollati Boringhieri,1996,
pag. 422
15) W. F. Otto, Essays sur le Mythe, p. 34
16) R. Esposito, Micromega, 1/92, p. 203
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