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Gran Loggia Regolare degli Antichi, Liberi e Accettati Muratori d'Italia
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L'Ermeneutica di Gioacchino da Fiore

del Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d'Italia
Ill.mo e Ven.mo Fr. Fabio Venzi

Gioacchino da Fiore si può certamente considerare una tra le più originali figure di pensatori, sia per la profondità degli argomenti teologici trattati, sia per l’impronta lasciata in tutta la filosofia medievale (non a caso si parla di una età gioachimita).

gioacchino da fiore La vasta fama e l’importanza del suo pensiero sono dovute soprattutto alla sua concezione trinitaria della storia e alla sua nuova e rivoluzionaria visione escatologica, che rappresentano il nucleo fondamentale del suo pensiero. Opponendosi al pessimismo di S.Agostino , che vede l’uomo corrotto in conseguenza del peccato originale, convinto che la felicità non appartiene al corpo ma all’anima e che la pace è possibile solo dopo la morte (con il raggiungimento della "Civitas Dei") in una visione Cristocentrica che vede la storia come una parabola che termina inevitabilmente con la seconda venuta del Cristo e con la Fine dei Tempi, Gioacchino predice al contrario l’avvento di una Terza Età di pace, di concordia, di libertà e di giustizia sulla terra (Civitas Terrena) e pone al centro del suo sistema la Trinità.

Inoltre, il messaggio di Gioacchino da Fiore è un messaggio fatto soprattutto di speranza che ha alla base i solidissimi principi della giustizia e della solidarietà, un messaggio questo di estrema attualità in una società che di tali principi spesso dimostra di aver perso la conoscenza.

In questa sede mostreremo come, in alcuni scritti di Gioacchino da Fiore e in particolare nella "Expositio in Apocalypsim", siano presenti, a livello di orientamento ermeneutico e nell’originale metodo di esegesi, evidenti similitudini con quella parte della letteratura rabbinica nota con il nome di "midrash".

Prima di cominciare la disamina dell’ermeneutica gioachimita, sarà utile una rapida spiegazione di cosa si intende per "midrash".

Il "midrash" è un metodo rabbinico di esegesi, una attività di studio e ricerca effettuata sull’Antico Testamento ed espletata con la massima circospezione. Questa attività non è limitata al senso immediato e letterale, ma ricerca ogni eventuale significato implicito del testo.

Il termine "midrash" deriva dal verbo ebraico "darash" (cercare, domandare). Per i Rabbi il "midrash" è soprattutto ricerca, studio, teoria, in contrasto con l’azione. Non si parla di un commento scientifico dellla Bibbia, ma di uno sforzo di "penetrare" nel modo più profondo possibile all’interno dell’espressione della Rivelazione. Il fine è la ricerca della presenza di Dio nel testo in modo di entrare in empatia con lui, migliorando la propria comprensione del mondo. Ne consegue che lo scopo che persegue l’interprete della Bibbia non è quello di proporre un senso letterale originario del testo, ma il suo significato eterno, in una attualizzazione del testo stesso da parte dell’esegeta, che rapporta il significato del testo al suo contesto storico-sociale, affrontando il testo "qui ed ora", nel suo messaggio per l’oggi.

Vediamo ora l’ermeneutica utilizzata da Gioacchino da Fiore e quali punti di contatto si possono riscontrare con la metodologia rabbinica.

Varie sono state le interpretazioni dell’Apocalisse nel cristianesimo latino, ma l’esegesi di Gioacchino si differenzia dalle altre, dalle quali peraltro ha mutuato la dimensione spirituale, morale ed ecclesiologica del ricco simbolismo di Giovanni, per aver concepito l’Apocalisse come un preciso e dettagliato messaggio sull’intero sviluppo del piano di Dio sulla storia. Quindi, basandosi su una originale e innovativa ermeneutica, Gioacchino cominciò a concepire un originale approccio al significato dell’Apocalisse.

Come i Rabbini, Gioacchino cominciò ad utilizzare un modo simbolico di pensare, abbandonando le modalità logiche del ragionamento scolastico e sviluppando al contrario una modalità simbolica di espressione. Possiamo così definire Gioacchino da Fiore come un pensatore simbolico in una prospettiva sostanzialmente biblica, in cui egli impiega i simboli come "mezzi" che gli consentono di manifestare i misteri insiti della Trinità e della storia, rapportati però sempre al testo detentore di tutta la verità: la Bibbia.

Per questi motivi si deve considerare Gioacchino da Fiore un autentico esegeta delle scritture e non un predestinato che ha ricevuto una speciale illuminazione; un uomo, quindi, che ha come unico privilegio ricevuto da Dio quello della capacità di comprensione, o meglio, l’"intelligentia".

Per Gioacchino, c’è un errore intellettuale rappresentato dal persistere dell’ interpretazione letterale delle Scritture, un’interpretazione che Gioacchino chiama "giudaizzante", riferendosi alla letteratura ebreo-ellenistica, quella di Filone di Alessandria e Giuseppe Flavio, che si serviva ampiamente dell’allegoria. A quell’epoca i confini del mondo ebraico, quello degli ebrei di lingua e cultura greca e quello degli ebrei di lingua e cultura aramaica, erano ben distinti e separati tra loro, tanto è vero che il giudaismo rabbinico ha ignorato costantemente la produzione letteraria del giudaismo ellenistico giunta a noi soprattutto attraverso il mondo culturale cristiano.

Secondo lo studioso gioacchimita Grundman, né l’obbiettivo del ricercare di Gioacchino, né l’impalcatura della sua ricerca consistono in esegesi allegoriche; bensì la sua operazione autentica, l’aver coniato il corso complessivo del mondo, poggia su un’altra trattazione del materiale biblico, che non rientra nel metodo dell’allegoria.

Gioacchino non pensa che l’interpretazione letterale debba scomparire del tutto, anzi era convinto che esistessero dei testi che Dio stesso volesse fossero interpretati alla lettera, ad esempio la letteratura sapienzale dell’Antico Testamento e le Lettere del Nuovo.

Il concetto è chiarito da Gioacchino nel "Liber Introductorius" dell’Expositio in Apocalypsim, in cui distingue i tre modi in cui Dio parla delle Scritture:1)Historialiter, come nei libri storici dell’Antico Testamento, nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli.2)In Revelatione imaginum, cioè attraverso i simboli quali la ruota di Ezechiele e le bestie in Daniele.3)In Simplicitate veritas, cioè le profezie e i passi dottrinali e morali.

In conclusione, secondo Gioacchino, scopo dell’intellighentia spiritualis non è quello di soppiantare l’Antico e il Nuovo Testamento, ma di trasformare le Scritture e conseguentemente chi le leggeva.

Alla luce di quanto premesso, il punto in comune che abbiamo rilevato tra l’ermeneutica gioacchimita e quella rabbinica, è il "dinamismo" all’interno del metodo esegetico. Gioacchino con il suo metodo comprende il senso del presente, tenendo conto del passato e del futuro. La storia vista da Gioacchino è una storia che nel suo sviluppo compie il suo significato. Anche nel "midrash" le interpretazioni, fossero esse del tipo omiletico o del tipo halakico(giuridico), erano frutto di un’ ideologia che considerava la Scrittura una rivelazione in continua evoluzione dinamica, che offriva all’ebreo il suo messaggio di attualità.

Quindi, possiamo affermare che il connotato distintivo, sia del "commento" gioacchimita che del "midrash" rabbinico, dagli altri commenti e dalle esegesi allegorizzanti è la "sistematicità" e la "storicità". L’Apocalisse diventa infatti, per Gioacchino, la chiave per accedere al doppio mistero dei due Testamenti (concordia duorum testamentorum) e della loro relazione con la storia del mondo (concordum triam statuum).

Sotto l’aspetto puramente ermeneutico, se nel "midrash" abbiamo le "sette regole di Hillel", le "tredici regole di Ismael" e le "trentadue regole di Eliezer", le tecniche usate da Gioacchino da Fiore nel commentare la Bibbia sono quelle della "ricapitolazione" e quelle della "concordia".

Le tecniche della "ricapitolazione" sono evidenti nella prima parte del commento all’Apocalisse, ad esempio quando riferendosi alle lettere alle sette chiese, periodo iniziale della storia della Chiesa, in cui le singole Chiese stanno anche ad indicare gli Ordini generali che segnano la sequenza cronologica di tutti i tempora ecclesiastici. Proseguendo, le sette coppe date agli angeli nella quinta parte "ricapitolano" la storia delle varie persecuzioni di cui fu oggetto la Chiesa.

Riguardo la tecnica della Concordia, l’Apocalisse, per Gioacchino, era vista come la sintesi dell’intero processo storico della "Rivelazione", spiegazione anche del significato dell’Antico Testamento, il quale, secondo questa visione, diveniva il primo delle cinque aetates della storia.

Questa osservazione è fatta all’inizio dell’opera, quando l’abate accenna alla concordanza fra le sette guerre del popolo di Israele nell’Antico Testamento e le sette persecuzioni della Chiesa nel Nuovo.

Ma soprattutto è importante ricordare come nell’ermeneutica gioachimita, sia nell’Expositio in Apocalypsim" che nel "Commento ad una profezia ignota" si riscontri il connotato fondamentale delle regole midrashiche, cioè la separazione del commento dal testo.

Le regole midrashiche trovano così un corrispettivo nei "fattori di apparentamento" di Gioacchino da Fiore, in una catena concordistica lungo la quale far scorrere la storia.

Vogliamo concludere ricordando che il messaggio di Gioacchino, un messaggio fatto soprattutto di speranza che ha alla base i solidissimi principi della giustizia e della solidarietà, è sempre di estrema attualità, in una società che di tali principi spesso dimostra di aver perso la conoscenza.